La ragazza che stregò Visconti e visse come nei fotoromanzi

Dalla pasticceria al cinema passando per Miss Italia. L'attrice divenne una vera icona di bellezza e stile

Sorpresa dalla morte a Brieva, paesello in provincia di Segovia, Spagna. Infettata dalla peste di adesso, il Corona virus. A 89 anni ieri se n'è andata Lucia Bosé, una delle attrici più importanti del cinema postbellico, che come troppi anziani del nostro Paese aveva una polmonite imperdonabile, agli occhi maligni di Covid19.

Lucia, la splendida Miss Italia 1947, che come una folgore ha trapassato le cronache mondane ben prima di Internet come scordare quel materasso messo a fuoco da lei, moglie tradita del focoso torero Luis Miguel «Dominguín», sorpreso a letto con l'amante? -, ora si trova en el mejor de los sitios, nel migliore dei posti, ha scritto il figlio sessantatreenne Miguel dal Messico, dove il cantante vive con due dei suoi quattro figli. Mentre il nipote Olfo Bosé ha postato l'immagine d'un paesaggio, con la frase: «Volando libre».

Sì, volava libera Lucia, che mai ha avuto vita facile. Fin dalla nascita, il 28 gennaio 1931, in un quartiere popolare di Milano, da una famiglia di contadini che di cognome faceva Borloni. Non c'è pace tra gli ulivi, il film di Giuseppe De Santis dove faceva la pastorella ciociara, le calzava come un guanto: sapeva cosa vuol dire fare la fame, eppure la chiamavano «maggiorata» perché aveva un vitino da vespa. A 16 anni, la ragazza Borloni, figlia di Domenico e Francesca, cominciò a guadagnarsi il pane vendendo marrons glacé alla pasticceria Galli, nei pressi di Piazza Duomo. Dove Luchino Visconti, goloso di vita e di paste, la vide e la volle. «Sei un animale da cinema», sibilò. «In quel momento Luchino mi sembrò un pazzo. Ho dato a Visconti quel che non ho dato a nessun uomo: un amore vero», ha scritto nell'autobiografia curata da Roberto Liberatori e presentata a Roma, a ottobre scorso.

Le porte del cinema si spalancarono per lei a Stresa, grazie al concorso Miss Italia, ormai finito nella polvere del #MeToo. Eppure lei, Silvana Mangano, Gina Lollobrigida, Eleonora Rossi Drago, Gianna Maria Canale, le esplosive dell'epoca, che neanche si rasavano le ascelle, non si sentivano umiliate a sfilare, in quei costumi da Nonna Papera. C'era in ballo la sopravvivenza, finita la guerra e sul piatto si potevano ancora piazzare numeri perfetti: 90-60-90. La «ragazza di piazza di Spagna», tradita dal marito fin dal primo giorno di matrimonio, il 1° marzo del 1955, celebrato in barba ai franchisti a Las Vegas - «lui si trovava le donne sotto il letto, dentro l'armadio, ovunque: tutte lo volevano, raccontava l'attrice - poteva essere la mondina di Riso Amaro, al posto della Mangano. Ma i suoi non vollero: già s'erano arrabbiati a morte, vedendo la copertina di Tempo, con lei Miss Italia a loro insaputa Sarà Michelangelo Antonioni a imporla con Cronaca di un amore, accanto a un altro bello dell'epoca, Massimo Girotti.

Poi, la leggerezza dei film di Luciano Emmer: Parigi è sempre Parigi, Le ragazze di Piazza di Spagna e una serie di film comici insieme all'aitante Walter Chiari, col quale Lucia visse una passione ardente. L'ardore, però, quello che brucia al centro dello stomaco, sarebbe arrivato col torero spagnolo in perenne dimestichezza con le corna. Quelle dei tori e quelle che metteva a lei, la sposa più glamour dei Sessanta del Novecento. «Chi non ha le corna?», smitizzava Lucia di recente, ospite in tv da Mara Venier.

I capelli azzurri, ispirati dagli angeli, ai quali era devota tanto da dedicare loro un museo, a Turegano, vicino Segovia, dentro un'ex-fabbrica di farina e la denuncia per appropriazione indebita d'un quadro di Picasso, prima regalato e poi sottratto alla cameriera, per venderlo all'asta da Christie's nel 2008, avevano creato una nube di bizzarria intorno a Lucia, amica e forse amante di Picasso. Perché una miliardaria sottrae un bene a una povera serva, che era stata in casa con lei per mezzo secolo? Per avidità, magari. Per pura scervellatezza, forse: negli ultimi tempi, la Bosè sembrava più una mattocchia che una posata icona della Settima Arte. Rispetto a lei, la Lollobrigida che difende i suoi beni dai tribunali, appare più centrata.

A 89 anni, comunque, la Bosè godeva ancora d'una grande vitalità, memore d'una vita da cinema, passata tra Fellini (Satyricon) e Bunuel (Gli amanti di domani) e Jean Cocteau (Il testamento di Orfeo), come tra luci e ombre. Da matriarca d'una delle saghe artistiche più famose in Europa, capitanata dal cantante pop Miguel Bosè, «Mami Blue» aveva avuto tre figli dal suo torero: Lucia, Paola e Miguel, che rischiò di perdere quando, nel 1967, in una Spagna chiusa al divorzio, decise di separarsi. «Mi sentii sola: erano schierati tutti dalla parte di Dominguín», raccontò, affermando che il marito era «più franchista di Franco» e guadagnandosi la fama di comunista. Ancora ragazzina, era andata a Piazzale Loreto, per vedere con i suoi occhi Mussolini appeso a testa in giù, insieme all'amante Claretta Petacci. «Capii allora che cos'era la vita», avrebbe scritto in seguito.

Trasgressiva e intelligente, Lucia Bosè viveva in un borgo poco abitato dov'era facile per lei (mistica? stramba?) dedicarsi agli amati angeli, scrivendo poesie o dipingendo tele, quasi sempre d'azzurro, colore caro all'arcangelo Michele. E azzurra era la sua casa. «Il corpo sparisce, lasciando un saco de mierda, ma l'anima resta», considerava nell'ultima intervista a Bertìn Osborne.

Lucia s'era messa a studiare Rudolf Stainer, il filosofo austriaco padre dell'antroposofia e adesso può incontrare uno dei suoi amati angeli, «espada en mano». Come l'angelo di Castel Sant'Angelo, a Roma, che rinfodera la spada a peste finita.

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