Ricordo di von Karajan a trent'anni dalla morte

Il 16 luglio 1989 moriva Herbert von Karajan. Moriva sulla sommità della fama, dopo aver costruito una carriera formidabile che lo aveva portato alla guida simultanea della Filarmonica di Berlino (succedendo al suo più fiero negatore, Wilhelm Furtwängler) e del Festival di Salisburgo, dove fino alla sua scomparsa inviti ed esclusioni erano amministrati secondo i gusti del Sovrano, evitando eventuali «ombre» che ne offuscassero il primato. Non poca parte della sua fama venne dai successi che ottenne per almeno un ventennio alla Scala, dove gli furono affidate non solo le grandi opere del repertorio tedesco, ma anche sortite in quello italiano, come la Lucia di Lammermoor con la Callas o la famosa Cavalleria Rusticana con la regia di Strehler. L'edonismo sonoro di Karajan plasmò a sua immagine la Filarmonica di Berlino, che divenne una lucrosa macchina da incisioni senza precedenti. Qualcuno lo ha descritto come un timido artista che fuggiva dal palcoscenico a casa, ma alla costruzione del suo mito hanno contribuito le patinate passioni per gli yacht e gli aerei, le residenze a Sankt Moritz e Saint-Tropez. Il poco interesse che desta l'uomo-Karajan è compensato ampiamente dalle sue incisioni, soprattutto di Richard Strauss e di Giacomo Puccini (Bohème con la coppia Freni-Pavarotti) e, fatto raro fra i direttori tedeschi (eccezione Fritz Busch), amava e dirigeva magnificamente Verdi: magistrale nelle prime apparizioni, dal Don Carlo di Salisburgo del '58 all'Otello con Del Monaco e Renata Tebaldi, ai tanti Trovatore e Messa da Requiem.

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