Risalire, "à rebours", dal mito alla Storia

Marzio G. Mian narra l'Italia navigando il Tevere da Ostia alla Romagna

L'ultima volta che l'ho sentito era in Siberia. Che ci fai lì? «Sono in Chukotha, far east siberiano, la regione più remota della Russia». Poi lo sfotto. Ogni volta che ti chiamo o sei nel profondo Nord o su un fiume (la volta precedente, l'ho lasciato che raccontava la Brexit sul Tamigi). «L'Artico e i fiumi sono realtà nuda e cruda, tutta da raccontare, pezzi di mondo che sembrano appartenere a un altro mondo, quanto sono reali», mi fa. Di Marzio G. Mian, anacoreta del giornalismo narrativo, vagabondo nei regni dell'insolito, ho amato Artico. La battaglia per il Grande Nord (Neri Pozza, 2017). Nel suo avventuroso pendolarismo tra i ghiacci e le acque ostile per connaturata diffidenza e indifeso spirito da Lord Jim alla città, dove si sa tutto senza vivere nulla Mian s'è messo a percorrere, da Ostia al Monte Fumaiolo, il «fiume leggendario», quello che ha avviato la nostra storia, la chiave, forse, per sciogliere l'enigma italiano. Insomma: ha perlustrato il Tevere controcorrente (Neri Pozza, pagg. 284, euro 14,50). «Ho disceso o risalito molti fiumi, perché non sono di moda, così abbandonati dall'essere esotici, mondi stranieri sconosciuti tutti da esplorare e raccontare quasi fosse la prima volta, avventura pura», scrive. Il libro è una meraviglia, un viaggio conradiano che ne nasconde centinaia, dove appaiono, come spettri spavaldi, Pasolini e il generale bizantino Belisario, lo Stato Pontificio e l'Impero Romano, la Seconda guerra e «la Gerusalemme sull'alto Tevere», Albert Camus e Sven Otto, uno dei tipici antieroi quotidiani che Mian ama, il norvegese che a colpi di machete pulisce un tratto del Tevere «per riconsegnarlo ai romani e consentire loro d'usare la bici lungo questa sponda abbandonati dagli dèi, dagli uomini, ma non dalle pantegane», che pare scaturito da un romanzo di Knut Hamsun.

Risalire un fiume controcorrente, sarchiandone miti e vite, è un gesto che ha in sé qualcosa di audace, un'inquietudine antimoderna. «Sento che la ragione ha torto, che l'oblio del sacro sta svuotando l'uomo fino a polverizzarlo, per cui mai come oggi la critica della modernità è un atto d'amore nei confronti dell'uomo», mi dice Mian. Quando mi confessa che non gli dispiacerebbe «assistere, insieme a Ovidio, a una delle battaglie navali kolossal inscenate sul Tevere da Cesare Augusto», mi dico che vorrei avere il suo talento: sai rendere eroica la miseria degli uomini, eleggi a leggenda una pietra muta, un cucchiaio d'acqua, gli dico.