"Un romanzo meticcio per raccontare il Nord-est distopico e multietnico"

Lo scrittore presenta il suo nuovo thriller: «Parlo di violenza, razzismo e umanità»

Con Nero come la notte (Marsilio, pagg. 524, euro 19,90) Tullio Avoledo prosegue il suo originale viaggio fra i generi letterari e dimostra ancora una volta di essere uno scrittore difficilmente inscatolabile e che ama giocare con le paure e le ossessioni proponendo situazioni reali e possibili a cavallo fra il noir e la distopia. In un immaginario Nord-Est si trova a sopravvivere un poliziotto scomodo e fuori dagli schemi come Sergio Stokar che dovrà in qualche modo fare i conti con le sue colpe e le sue cadute nell'indagine in cui resta coinvolto.

«L'origine del romanzo è stata tutta colpa, o merito, di mia moglie Anny spiega lo stesso Avolevo - che due anni fa mi ha segnalato un articolo sull'Hotel House, un edificio di 17 piani occupato abusivamente da extracomunitari di 40 nazionalità diverse alla periferia di Porto Recanati, nelle Marche. Lo chiamano Mondominio... Io stavo leggendo un saggio sulla battaglia di Dien Bien Phu, il capitolo in cui un ufficiale ferito della Legione Straniera si faceva dimettere dall'ospedale e paracadutare sulla guarnigione assediata e ormai in procinto di cadere. E, coincidenza incredibile, in quel momento ascoltavo l'ultimo disco di Bertrand Cantat, e in una canzone non salta fuori il verso Fallait être fou / comme pour sauter sur Dien Bien Phu? È stato una specie di corto circuito».

Ci potrebbe descrivere Sergio Stokar?

«È un uomo bello, vitale, sensuale. Un gladiatore ferito. Un cane da guerra che non accetta di trasformarsi in un barboncino da salotto. E soprattutto un nemico giurato del politically correct, che è anche la mia bestia nera».

Perché anche questa volta ha scelto l'ambientazione in un luogo e in un'epoca immaginari?

«Perché la realtà è semplicemente troppo assurda. Io spero che i miei libri durino nel tempo, e nessun lettore del futuro crederebbe all'Italia vera di oggi».

Trova che noir sia la definizione migliore da dare a questa storia oppure bisogna trovarne un'altra?

«Giocare coi generi fa parte del mio modo di scrivere. Scrivo romanzi meticci. Purtroppo i librai devono scegliere lo scaffale in cui mettere i libri. Quello più adatto a questo romanzo è senz'altro lo scaffale del noir. Ma non è solo un noir Del resto si può dire che Fred Vargas, Don Winslow o Joe R. Lansdale scrivano solo dei noir? Direi di no. Grande è la confusione sugli scaffali: la situazione è eccellente».

Ci sono molte situazioni nella storia che ricordano certi romanzi distopici, desolazioni che potrebbero rimandare a storie come The Road o Codice genesi?

«In realtà penso, temo, che stiamo vivendo una specie di apocalisse lenta. Niente di troppo drammatico, ma siamo su un piano inclinato verso la catastrofe, e non vedo nessuno darsi da fare per frenare la discesa».

Molti i riferimenti nella sua storia ad Arancia Meccanica, perché?

«Perché amo Anthony Burgess, l'autore del romanzo da cui il film di Kubrick è stato tratto. I suoi libri, come quelli di James Ballard, aprono squarci di verità incredibili. Sono libri profetici. E poi Arancia Meccanica è una dichiarazione di guerra ante litteram al buonismo e al politically correct».

Come ha raccontato la violenza?

«Cercando di avvicinarmi a scene dure e a volte ripugnanti, ma purtroppo necessarie alla trama, con un occhio freddo e mai compiaciuto. Lo stesso con cui Kubrick filmava i pestaggi di Arancia Meccanica come se fossero la coreografia di un balletto. Non è stato facile. Spero d'esserci riuscito».

Perché ha voluto che un personaggio così razzista come Stokar vivesse la legge del contrappasso di vivere in un luogo multietnico?

«Perché volevo che le Zattere non fossero viste con uno sguardo buonista e ottimista. C'è spaccio, c'è promiscuità, c'è violenza, alle Zattere. C'è un governo invisibile e spietato, tutt'altro che democratico. Ma ci sono anche cose buone. C'è umanità, e c'è soprattutto la capacità di vivere con poco, che la nostra società sembra aver perso. Sergio, coi suoi pregiudizi, era l'osservatore ideale per isolare quel che di buono c'è in una situazione assurda e piena di contraddizioni come il rifugio precario delle Zattere».

Da L'elenco telefonico di Atlantide a oggi quanto è cresciuto Tullio Avoledo?

«Ho letto molto. Ho viaggiato. Ho conosciuto alcuni scrittori che ammiro, e da loro ho cercato di imparare. Ho chiesto a Michael Ondaatje, Ian McEwan, David Mitchell, di spiegarmi come avessero realizzato una certa scena. Da altri ho voluto sapere che musica ascoltassero quando hanno scritto una certa pagina. La scrittura non è solo una buona idea, o una bella prosa: è anche tecnica. Se un libro che leggo mi sembra ben scritto, faccio un reverse engineering: lo smonto e lo rimonto, cercando di capirne il funzionamento. E' una scuola continua.

Pensa che il tuo immaginario sia stato amplificato di più dal suo lavorare in banca o dal tuo vivere in Friuli?

«Da entrambi, ma più dal mio essere friulano: uomo di confine, legato alla terra e anche a un'idea artigianale dello scrivere. Scrivo avendo in mente mio padre mobiliere, che era capace di costruire una sedia o un comò senza usare un solo chiodo o un grammo di colla, solo con incastri millimetrici».

C'è un genere di romanzo che vorrebbe prima o poi affrontare?

«Vorrei riuscire a scrivere una bella favola. I bambini sono il pubblico più esigente. Sono la prova del nove se vuoi definirti un vero scrittore. Non li puoi fregare. Devi avere un grande talento e un cuore sincero per riuscire a conquistare la loro attenzione. Con la trilogia di Metro 2033 non mi è andata male con gli young adults. Ma scrivere una bella favola è un'impresa per la quale non mi sento ancora pronto».

Oltre che un narratore slei è un grande fan degli scrittori e un accanito predatore di autografi. Ci può dire qual è quello che manca alla sua collezione e cosa farebbe per aggiungerlo?

«Fino a qualche mese fa le avrei detto Ian McDonald, uno scrittore di fantascienza irlandese. Un grande. Gli avevo scritto più volte, ma non mi aveva mai mandato un suo autografo. Poi a novembre mi hanno invitato a una convention a Pechino dove c'era anche lui e una sera gli ho fatto firmare dodici libri. Stephen King mi mancava ma sono riuscito ad averlo, anche se comprare un libro autografato a un'asta non è la stessa cosa del farselo firmare di persona. Mi manca anche George R.R. Martin, di cui, come per King, ho le prime edizioni dei suoi libri pubblicati in Italia negli anni 70. Ma soprattutto mi mancano Ernest Hemingway e Philip K. Dick. Per quelli dovrò aspettare che inventino la macchina del tempo. Ma c'è tutto il tempo, appunto. Prima o poi...».