Rudy Zerbi: "Ho rischiato di perdere mio figlio"

Rudy Zerbi, 46 anni, volto della tv (Tu sì que vales) della radio (Deejay), tre padri (il vero è Davide Mengacci), si confessa in una intervista a Vanity Fair, e racconta il dramma che ha da poco vissuto da padre

Rudy Zerbi, 46 anni, volto della tv (Tu sì que vales) della radio (Deejay), tre padri (il vero è Davide Mengacci), si confessa in una intervista a Vanity Fair, e racconta il dramma che ha da poco vissuto da padre. "Dieci mesi fa è nato Leo, il mio ultimo figlio. Al settimo mese di gravidanza la mia compagna, Maria, ha avuto un distacco totale della placenta mentre era a casa da sola. Io ero in studio, con il telefono staccato. Gli assistenti hanno cominciato a farmi cenno di uscire, ma io dicevo: un attimo, abbiamo quasi finito. È dovuto venire il produttore a prendermi per un braccio. Quando sono arrivato all'ospedale le infermiere piangevano:stavano morendo sia Maria sia Leo. L'hanno fatto nascere in corridoio ma, una volta nato, aveva bisogno di cure speciali e solo pochi ospedali a Roma hanno le incubatrici per i prematuri gravi, e quel giorno eranotutte piene. Così ci hanno mandati al Casilino, un ospedale di periferia. Lì mi sono reso conto che, nell’emergenza, chi fa la differenza sono proprio gli infermieri, gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, che lavora, condivide e piange con te. I bambini che salvano diventano i loro figli, ti chiamano quando torni a casa, ti chiedono di mandare le foto, organizzano una festa all'anno per incontrare di nuovo i bambini salvati. Lì vedi la verità".

Un peridodo da dimenticare: "Leo è stato in pericolo di vita, è sembrato migliorare, ma poi di nuovo ci hanno tolto la speranza. Maria stava al Casilino tutto il giorno, io facevo avanti e indietro, 90 chilometri al giorno in Vespa sul Raccordo. Guidavo e piangevo. Poi, arrivavo a casa, sulle scale mi asciugavo le lacrime perché sapevo che dietro la porta anche Maria stava piangendo. Essere genitori di un neonato in pericolo di vita è una sensazione strana: è nato, ma non è ancora tuo. Vorresti toccarlo, nutrirlo, portarlo a casa, ma non puoi. Quando ce la fa, senti di avere avuto un dono, e di essere in qualche modo un sopravvissuto. Io mi sveglio ogni mattina e penso: cazzo, c’è. E se c'è è grazie a quell'ospedale". Poi, passato il pericolo rassicura: "Leo sta benissimo".

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