Fra la scighera e la neve De Vincenzi indaga sui misteri di Milano

Il commissario «resuscitato» da Luca Crovi torna sulla scena del crimine. Siamo nel '29

I soldati di Napoleone lo avevano battezzato il Generale Inverno ed era stato il loro peggior nemico durante la campagna di Russia. Sui giornali francesi i disegnatori lo avevano rappresentato come un gigantesco cosacco con la barba bianca e i capelli nascosti da un colbacco dello stesso colore. O come un soldato con un grande cappotto rosso, armato di pistole, fucile, baionetta, spada e con un'enorme cartuccera sul petto, capace di impugnare con una mano una frusta e con l'altra di scoperchiare i ghiacci che ricoprivano il fiume Don. Un essere dotato di una forza incredibile, in grado di annientare chiunque avesse osato sfidarlo.

Quello stesso Generale era stato affrontato dalle truppe austro-ungariche nel 1916 ed era stato foriero di sanguinose disfatte cessate solo con lo scoppio della rivoluzione russa. Nessuno si sarebbe mai immaginato che il terribile inverno cosacco potesse arrivare fino in Italia. Invece il 1929 aprì le porte del Belpaese al Generale Inverno.

In silenzio, la prima neve aveva spruzzato Milano a Capodanno. Poi l'aveva ricoperta a poco a poco. Il 2 gennaio la città era già stata inghiottita dal bianco. La radio aveva diffuso la notizia che Venezia era bloccata dal ghiaccio. Le navi incagliate nel porto e lungo i canali sembravano abbandonate lì da secoli, cristallizzate nel momento in cui avevano gettato per l'ultima volta l'àncora.

Le prime gelate avevano investito anche i Navigli e le chiatte che circolavano con la più fitta e densa scighera avevano iniziato ad arrancare. Era più difficile affrontare il ghiaccio che la nebbia, benché i barcaioli fossero abituati a usare lunghi remi, i pala come venivano chiamati, per romperlo. I trasporti di ghiaia, ma anche quelli di carta, legno e carbone, erano stati ridotti a causa del Generale Inverno.

«Milan l'è abituada al frecc. Minga come vialter» aveva commentato il vecchio Alvise che con il suo comballo navigava sui Navigli tutto l'anno. «Se po no fermà ona città insci granda per on tocchel de giass e ona sbiancada del nev.»

Ma la neve era scesa a quintalate e certe tratte ferroviarie erano in seria difficoltà. Torino, Genova, Tortona, Alessandria erano rimaste isolate dal resto del Nord Italia a causa del crollo di alcuni pali sui binari. La linea era stata deviata su Arquata e l'Orient Express causa maltempo era arrivato alla Stazione Centrale con oltre dieci ore di ritardo. Si era scatenata una terribile bufera di neve, alimentata da un fortissimo vento. Il Generale Inverno sferzava con la sua frusta il territorio che aveva invaso. Stava conducendo con estrema violenza una personale battaglia contro il genere umano. Era abituato a imprigionare e affamare il nemico, a ghiacciarlo e atterrirlo.

Il Duomo di Milano ricoperto di neve mostrava, appese alle guglie, stalattiti di ghiaccio e appariva ai bimbi come il palazzo della Regina delle nevi. Intorno al Castello Sforzesco e in parco Sempione alcuni temerari avevano deciso di muoversi con sci e slittini arrangiati in casa. Tavole di legno assemblate con chiodi e martello, pezzi di spago e lacci fissati per bloccare le scarpe, manici di ombrelli smontati e usati come improvvisate racchette. Le scuole non erano state chiuse nonostante il tempo e questo aveva permesso ai bambini di organizzare vere e proprie battaglie a palle di neve in tutti i quartieri.

Gli animali dello zoo, ubicato al centro dei Giardini Pubblici di Porta Venezia, sembravano andati in letargo e nessuno osava avventurarsi all'esterno, verso le gabbie di recinzione.

L'atmosfera fiabesca che il soffice candore aveva regalato alla città lombarda nelle prime ore della nevicata di Capodanno era svanito nel giro di pochi giorni. Solo certe zone, poco frequentate dai pedoni e non attraversate dai mezzi di trasporto, erano ancora immacolate, simili a certi dipinti. Fondali bianchi intorno ai quali si spostava la popolazione meneghina.

Il traffico era rimasto bloccato per ore dopo la seconda nevicata. I tram avevano subìto rallentamenti soprattutto nei momenti più affollati della giornata. Molte vetture erano slittate sui binari nonostante la sabbia sparsa dai tranvieri e la guida prudente dei manovratori. Il Comune aveva tappezzato la città di manifesti che ricordavano ai proprietari di case l'obbligo di sgomberare il tratto di marciapiede prospiciente il loro edificio. Erano stati avvertiti dell'emergenza anche i proprietari di villette, di solito abituati a trascurare gli avvisi pubblici, onde evitare che alcune zone risultassero totalmente abbandonate dal servizio di pulizia. Centinaia di spazzini e vigili del fuoco avevano cercato di spalare la neve, ma era servito a poco.

In via Massena la famiglia Ballerini aveva spazzato per due giorni per rendere agibile l'accesso dello stabile. L'attività frenetica della sciura Maria Matilde Ballerini, dei figli e del nipote Pierino non era bastata data la quantità di neve che continuava a cadere dal cielo.

Il commissario De Vincenzi ci aveva impiegato un paio d'ore a raggiungere piazza San Fedele. Aveva rinunciato ad andare a piedi e aveva preso il tram. Era sicuro che nonostante il Generale Inverno sarebbe riuscito ad arrivare a destinazione perché i binari non erano mai rimasti bloccati (...)

Nonostante quei giorni di bufera, la città non aveva rinunciato alla sua vita, anche se molti ambulanti erano stati costretti ad astenersi dalle loro attività. Era impossibile trovare per strada moleta, magnan, cadregatt, strascee e ranat. D'altronde, in quella situazione nessuno pensava a farsi arrotare coltelli e forchette o a sistemare una seggiola di paglia, e nemmeno cercava stracci per coprirsi o aveva voglia di mangiare rane, impossibili da pescare nelle rogge gelate. Persino el ciaparatt ed el pigotee erano rimasti a casa. Il freddo impediva le sortite dei topi e in quei momenti le bambine preferivano gli slittini alle bambole di pezza. Gli unici che avevano trovato rifugio sotto i portici erano i caldarrostee che continuavano ad arrostire e vendere castagne calde.

Molte macchine erano ferme a causa delle strade bloccate. I tram circolavano lenti. Le carrozze dei brumisti arrancavano sul selciato ghiacciato e viscido. Nessuno dell'amministrazione si sarebbe immaginato una situazione del genere. Eppure nel preventivo annuale era stata fissata la spesa di tre milioni di lire per lo sgombero della neve, ben ottocentocinquantamila lire in più rispetto al 1928. Ma di certo in quei giorni i soldi non erano bastati. Sotto il peso della neve alcuni alberi erano crollati nel mezzo delle strade e un fortissimo vento aveva causato la caduta di un palo dell'illuminazione in corso Sempione che aveva trascinato con sé anche alcuni pali telegrafici. Di sicuro Milano era abituata al freddo ma non al Generale Inverno.

Guardando dalle finestre del suo ufficio, Carlo De Vincenzi si trovò a osservare il manto candido che aveva avvolto piazza San Fedele. La neve era stata spalata a mucchi per liberare l'ingresso della questura, ma la piazza era ancora sommersa dal bianco.