"La scrittura misteriosa dell'Isola di Pasqua? Per leggerla si balla..."

La filologa: «Siamo vicini a decifrare le tavolette Questi segni antichi ci svelano la nostra storia»

Silvia Ferrara si è «innamorata follemente» del greco intorno ai dieci anni: «Frequentavo una scuola steineriana ed ero un po' indietro, avevo appena cominciato a leggere e scrivere. Un giorno la mia maestra scrisse le prime lettere dell'alfabeto greco e rimasi folgorata». Da lì, il liceo classico e poi gli studi universitari, a Londra e a Oxford, dove, fin dal primo anno, Silvia Ferrara capisce in che cosa vuole specializzarsi: le scritture indecifrate. «Avevo studiato la lineare B, un dialetto greco antico, decifrato, così mi dissi: dovrà esistere anche una lineare A, che cos'è? Non lo sappiamo. Ed ecco il fil rouge della mia vita». Che l'ha portata, una volta tornata in Italia, dove insegna Filologia e civiltà egee all'università di Bologna e guida il progetto Inscribe (Invention of Scripts and their Beginnings), a raccontare le sue esperienze in La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose (Feltrinelli, pagg. 280, euro 19).

Quali sono le lingue indecifrate?

«Scritture, non lingue».

Ho già infranto il primo dei «dieci comandamenti» della decifrazione... Quali sono le scritture ancora misteriose?

«Oggi sono una dozzina, a partire dal più antico, il proto elamita, che risale al IV millennio a.C. Più o meno contemporanea è la scrittura della Valle dell'Indo. Poi ci sono le quattro dell'Egeo, le prime europee: il geroglifico cretese, il disco di Festo, la lineare A e il cipro-minoico. Altri due sistemi apparsi in Mesoamerica, prima della scrittura maya, la decifrazione della quale oggi è quasi completa. E poi il rongorongo».

La scrittura dell'Isola di Pasqua.

«Nel mio progetto c'è un ricercatore provetto, che ha fatto progressi enormi. Siamo vicini».

Vicini a decifrarla?

«Sappiamo come funziona, e che lingua è. È questione di tempo. Ci aiuta il fatto che sia ancora abbastanza parlata».

E poi?

«Poi c'è il sistema khipu degli inca, composto da cordini che creano collane di nodi fittissimi e colori diversi, con significati differenti. Una specie di abaco o Lego antico, che potrebbe essere un sistema logosillabico di registrazione narrativa, e non solo di computo».

La «scrittura» degli Inca, quindi?

«È molto affascinante, come se ogni cordino fosse il prolungamento delle dita della mano. Sembrava che gli Inca, nonostante un impero millenario, non avessero un sistema di scrittura, ed era sempre stata considerata una lacuna. Invece no, questo sistema è così avanti che non lo capiamo. Poi c'è il manoscritto Voynich, che sembra un'invenzione fatta da qualcuno, nel Rinascimento, come compendio della scienza del periodo».

Ogni tanto c'è chi sostiene di averlo decifrato.

«Ah, sa quanti? È scritto con un sistema alfabetico illeggibile, accompagnato da immagini astruse e fantasiose, ed è meraviglioso, ma la chiave per leggere la corrispondenza fra segni e suoni è difficilissima da trovare».

Neanche il computer ci è riuscito?

«Il deep learning è un sistema di traslitterazione automatica, che però non funziona senza l'occhio dell'esperto. Per la decifrazione servono due cose: primo, capire le criticità del sistema, perché ciascuna scrittura indecifrata, come le famiglie di Tolstoj, è infelicemente indecifrata a modo suo; secondo, una equipe che combini persone e discipline diverse, fra linguistica, archeologia, digital humanities, analisi computazionale, studi antropologici e cognitivi».

Perché serve tutto questo?

«Per porci delle domande, per esempio: perché nelle scritture si selezionano certe icone, e altre no? Perché in tutti i sistemi inventati da zero ci sono elementi convergenti? Quante volte e come mai sono state inventate le scritture? Esistono consonanze incredibili fra le scritture, e nessuno le studia. Tranne noi».

Per esempio?

«La mano, l'occhio, la gamba, l'albero, le posture: ci sono in tutti i sistemi, sono come la nostra interfaccia col mondo. Così come un sistema astratto di segni geometrici fatto di cerchi, croci e linee. Troviamo segni lineari già nelle grotte di 40mila anni fa, accanto ai dipinti di tori e cacciatori. E poi i rebus: l'omofonia, che è la possibilità di giocare con le parole, viene applicata in modo spontaneo, ed è il trampolino di lancio dell'invenzione».

Quali scritture indaga il suo progetto?

«Le quattro dell'Egeo, il rongorongo e, dall'anno prossimo, anche quella della Valle dell'Indo. E poi prenderò anche un ricercatore esperto in cinese antichissimo».

A che punto siete con le scritture dell'Egeo?

«Grazie a un lavoro certosino, ormai il cipro-minoico per due terzi è leggibile. C'è una differenza fondamentale rispetto alle scritture di Creta. I grandi palazzi, sia a Creta, sia nella Grecia continentale, sono legati alla rendicontazione economica, e anche la scrittura è legata a questi aspetti, burocratici e amministrativi».

E a Cipro?

«A Cipro no. Non esistono i grandi palazzi, e la scrittura è utilizzata in modo più libero, per indicare la proprietà, gli oggetti preziosi, i nomi delle persone, lo stato sociale, insomma per infighettare le cose».

La lineare A...

«È indecifrabile. Come il disco di Festo, coevo alla lineare A e ai geroglifici cretesi, che non ha nulla a che fare con nessuna delle due, ed è indecifrabilissimo».

Perché?

«Perché è un unicum. È stampato e ne esiste un solo prototipo con circa 240 segni: troppo poco su cui lavorare».

E la lineare B?

«Quella la insegno. Però per noi è noiosa, la leggiamo. Tutte tavolette tediosissime, burocratiche, liste di prodotti tessili e artigianali, olio, profumi, ruote dei carri, armi...»

Ha un sogno?

«Se riuscissi a decifrare bene il cipro-minoico sarei felice. E, per secondo, il rongorongo. Poi vorrei scrivere un libro su come l'uomo arrivi all'astrazione e al pensiero».

Che cosa l'ha colpita di più?

«Il rongorongo: è meraviglioso, altamente iconico, una finezza... un'eleganza... Con oltre 400 segni, alcuni legati insieme, anche se non sai se vadano letti insieme oppure no».

Poi la direzione della scrittura sulle tavolette è «bustrofedica»: una riga si legge verso destra, l'altra verso sinistra, il tutto partendo dal basso.

«Sì, e poi la seconda riga è capovolta, quindi bisogna girare la tavoletta di 180 gradi: ballavano, quando leggevano. Nella scrittura c'è tutto l'essere umano, anche quello che gioca e si diverte, non solo quello che fa di conto».

Quanto bisogna studiare per raggiungere questi risultati?

«Oh, anni. Ne ho 43, e non ci vedo quasi più. Però è troppo divertente, il mio è il lavoro più bello del mondo».

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