"Sono l'ispettrice Eva che cerca le donne per trovare se stessa"

L'attrice in "Bella da morire" su Raiuno indaga sulle sparizioni femminili. Con un caratteraccio

Una donna forte alla ricerca di donne smarrite. O una donna fragile piuttosto - che cerca sé stessa? Ha un bel caratterino, l'ispettrice di polizia Eva Cantini: ed è con i suoi modi bruschi che si è specializzata nelle indagini su casi di sparizioni femminili. Ma all'accanimento con cui indaga su quei misteri non corrisponde quello con cui nasconde (anche a sé stessa) il proprio segreto? Questo l'intreccio emotivo alla base di Bella da morire: quattro puntate dirette da Andrea Molaioli e prodotte da Cattleya con Rai Fiction, in cui - da domenica 15 su Raiuno, e accanto a Lucrezia Lante Della Rovere, Matteo Martari, Elena Radonicich - ad incarnare la spigolosa Eva c'è Cristiana Capotondi.

Nell'immaginario televisivo l'investigatore è soprattutto maschile. Cos'ha di diverso un ispettore donna?

«Ciò che completa l'ispettore uomo. Delle indagini ideali, secondo me, risulterebbero dalla collaborazione fra la razionalità maschile e l'intuito femminile. Eva lavora tutta di pancia. Partecipa visceralmente ai patimenti delle donne su cui indaga: è come quel medico che soffre al posto del malato. Sbaglia, nel farlo, perché questo genera confusione, disorienta. Però è anche l'asso nella manica che alla fine la fa vincere».

E poi c'è il suo carattere. Meglio: caratteraccio. Al quale si dice che di solito corrisponda una natura forte.

«Per Eva è il contrario. Lei si mostra forte senza esserlo davvero, e solo per coprire le proprie fragilità. Immersa in un mondo prevalentemente virile è a quello che s'ispira. Il suo modo di vestirsi, di muoversi, di indagare: tutto secondo il più classico archetipo maschile. Il che ne spiega i modi bruschi, autoritari, senza sfumature. Ma che sono solo la corazza con cui maschera la paura di mostrarsi umana. Nonché i propri irrisolti, e misteriosi, nodi esistenziali».

Lavorando attorno al tema dei femminicidi ha scoperto qualche aspetto del fenomeno che ignorava?

«Credo che oltre alla propria donna, quegli uomini vogliano uccidere la parte femminile che hanno dentro di sé. Dimostrano cioè l'incapacità di rapportarsi con l'altro da sé, come dovrebbe essere in ogni relazione maschio-femmina. Insomma: non sono stati educati riconoscere nella donna il completamento di sé stessi».

Nella forma del crime Bella da morire propone un tema importante ma doloroso. Non teme che il bisogno di distrazione con cui il pubblico reagisce ai giorni bui che stiamo vivendo, possa remarvi contro?

«Non voglio fare questi ragionamenti. Preferisco pensare che il tema, di alto livello e strettissima attualità, e realizzato al massimo delle nostre capacità, finisca per intrigare gli spettatori. E poi perfino le limitazioni cui siamo sottoposti possono avere un aspetto positivo. Forse questa è l'occasione per ascoltarci di più. Per guardarci di più negli occhi l'uno dell'altro. Per guardare insieme la tv, magari. E poi parlarne».

Lei debuttò appena tredicenne. Vent'anni di carriera, trenta film. Se l'aspettava, ai suoi adolescenziali inizi?

«E chi ci pensava, allora? Era tutto un gioco: divertente da morire ma nient'altro. La mia fortuna è stata crescere come persona mentre maturavo anche come attrice. Ho avuto tanto da tutte le persone che ho incontrato; anche da quelle che non se ne sono accorte. E da tutti i personaggi che ho incrociato; anche quelli che poi non ho interpretato io ma (probabilmente meglio) altre colleghe».

È stata anche assennata. Non ha deviato versi generi più facili, cui la bellezza l'avrebbe potuto spingere.

«Davvero pensa che sia assennata? Io so solo che non ho mai scelto un film con la pretesa di pensare che fosse necessario. Lo era per me, nel momento in cui lo sceglievo. Necessario per crescere. Se poi è stato anche un bel film, beh, allora, ancora una volta s'è trattato soprattutto di fortuna».

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