Vita e morte di Galeazzo Ciano gerarca (im)perfetto

Torna in libreria un classico della biografia storica. Stiamo parlando del corposo lavoro di Giordano Bruno Guerri Galeazzo Ciano. Una vita (1903-1944), riproposto per i tipi de La nave di Teseo (pagg. 814, euro 22). A quarant'anni dalla prima uscita, 1979, il volume, ponderoso ma scritto con penna agile, resta l'opera più completa sul percorso umano e politico del gerarca. Guerri lo ha aggiornato nella bibliografia e dà conto - in una breve introduzione - delle tesi storiografiche più recenti come quella di Eugenio Di Rienzo nel suo Ciano. L'impianto del volume però è rimasto immutato. Del resto Guerri per comporlo aveva indagato le fonti a tappeto e ascoltato una serie di testimoni oculari che a quarant'anni di distanza non sono più.

Ciano ha attraversato come attore/osservatore privilegiato la vita del Paese in alcune delle sue fasi più traumatiche. Ciano è un prisma attraverso il quale Guerri proietta e scompone le crisi e lisi di un'epoca. Uomo mutevole e plasmabile, rimasto a lungo schiacciato dalla ingombrante figura del padre - eroe della Prima guerra mondiale, amico intimo di D'Annunzio, fascista della prima ora e ministro - Galeazzo Ciano ha attraversato moltissimi ambienti sino alle scelte fatali che lo porteranno di fronte a un plotone di esecuzione l'11 gennaio 1944. Amante della letteratura, aveva condotto studi svogliati di Giurisprudenza e tentato con poca fortuna la via del teatro. E forse fu questo a rendergli cari scrittori come Malaparte, Vergani, Ansaldo, lo stesso Mussolini giornalista. Non fu fascista della prima ora, a differenza del genitore, anche se si fece in modo di creargli una fantomatica militanza. L'ingresso in diplomazia fu una specie di scelta forzata guidata da buone raccomandazioni. La diplomazia si rivelò il suo mondo, le spinte familiari verso Edda Mussolini fecero il resto (anche se non si può dire che fosse solo un legame politico). Dopo un matrimonio da rotocalco, Ciano giocò le sue carte da enfant prodige del fascismo tra ambizione, dubbi, azzardi e intuizioni. Ed alla fine la sua parabola umana - che Guerri si rifiuta di appiattire sui tanti stereotipi - è affascinante come una tragedia shakespeariana. E Guerri non la teatralizza per niente. Non c'è bisogno.

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Commenti

brunog

Ven, 11/10/2019 - 09:16

Penso che sia stato fortunato nella sua carriera ma non fosse all'altezza. Aveva un rapporto cordiale con il re che gli diceva di non fidarsi dei tedeschi, invece dopo il 25 luglio 1943 lui si rifugia in Germania.