La vita rock di Little Richard così ribelle da diventare pastore

L'artista ispirò Elvis e i Beatles con brani come "Tuttifrutti". Era trasgressivo, ma poi per anni fece solo il predicatore

Paolo Giordano

Più che altro la voce, ecco che cosa ha trasformato Little Richard in un pioniere del rock'n'roll. Basta ascoltare Lucille per rendersene conto: era il 1957 e quel suo gospel strillato, deforme, quasi psichedelico ante litteram era un sasso nello stagno conformista della musica americana. Quel suo urlo in falsetto, il «woooo» stracopiato da tantissimi altri, piaceva così tanto a Paul McCartney da fargli dire che «quella voce è una specie di esperienza mistica, devi come disincarnarti e salire mezzo metro sopra la tua testa per riuscirci». Perciò oggi Little Richard, che se ne è andato a 87 anni, si porta via un marchio di fabbrica che ha cambiato la musica anche per chi oggi manco sa chi sia perché è roba di oltre sessant'anni fa e, si sa, oggi si vive soltanto di cronaca. Però Prince, tanto per citare un nome a caso, forse non avrebbe cantato come cantava senza aver ascoltato molto Little Richard. Potenza dei modelli.

Lui, Richard Wayne Penniman, terzo di dodici figli di una famiglia religiosissima dell'America più religiosa, minuto, nero, con gli occhi truccati, si scalmanava al pianoforte rompendo le barriere al punto che, sotto il suo palcoscenico, si ritrovavano a ballare neri e bianchi, rompendo le regole razziali e facendo inorridire le associazioni segregazioniste che pretendevano la rigorosa separazione tra le razze (eggià, esistevano le associazioni segregazioniste). «Whop bop b-luma b-lop bam bom » è l'urlo quasi nonsense che inizia Tutti frutti (1955) e che è diventato uno dei brani più interpretati di sempre, da ogni generazione, da ogni tipo di artista perché era musicalmente semplice da eseguire ma strepitosamente efficace per coinvolgere il pubblico, farlo muovere, alzare la temperatura della sala. E il bello è che il vero Little Richard, quello che si auto definiva «Il vero re del rock'n'roll» è andato avanti per pochi anni, diciamo cinque dal grande successo, e poi si è liquefatto sotto l'incudine pesantissima del successo. E di certo non era un tipino a modo visto che, tanto per dire, suo papà venne ucciso da un colpo di pistola mentre lui stava cantando in un localaccio. Insomma, era un «uomo di mondo» e non soltanto, come confessò più volte, perché si definiva «omnisexual» e fu coinvolto tante volte in «orge bisessuali». Era imprevedibile al punto che, proprio nel bel mezzo di un tour in Australia, mollò tutto per entrare in una università cristiana dell'Alabama e diventare predicatore. Lui, proprio lui. Little Richard non aveva barriere e mescolava una sorta di istrionismo innato con una vocazione visionaria che, quando era essenzialmente soltanto un pastore, esaltava davvero le folle.

Come spesso accade a questi geniacci, il suo seme musicale si riassume in decisamente pochi brani. Ma sono i germogli che fanno la differenza. Al provino con The Quarrymen di John Lennon, Paul McCartney si presentò cantando Long tall Sally e poi i neonati Beatles fecero da supporto ai suoi concerti in Gran Bretagna. Mick Jagger dei Rolling Stones lo definiva «un creatore». Bob Dylan diceva che il suo sogno sarebbe stato quello di entrare nella band di Little Richard, cosa che invece accadde a Jimi Hendrix che suonò la chitarra nella sua band, agghindandosi proprio come lui.

Ma la definizione più bella, e forse più giusta, è stata quella di James Brown: «È stato il primo a mischiare il funk con il rock'n'roll». In effetti è così. E ci sono frasi musicali, come quelle di Rip it up o Slippin' and slidin', che sono potenza grezza e compressa in pochi strumenti, qualcosa di seminale che difatti sconvolse anche chi in quegli anni era appena un ragazzino come David Bowie o Rod Stewart e, non a caso, si è fissata nelle orecchie di uno come Angus Young, tumultuoso chitarrista degli Ac/Dc che è nato quando fu pubblicato Tuttifrutti ma in quella sorta di boogie rock ha inzuppato il proprio talento. Forse neanche Little Richard si era accorto di quanto fosse determinante, allora, che artisti bianchi come Elivs Presley cantassero le sue canzoni negli States ferocemente razzisti. Ma, dopo, come spesso accade alle leggende viventi, si era portato oltre la semplice consapevolezza arrivando all'autoglorificazione: «Sono un creatore, un liberatore, un inventore, il re, una bomba atomica umana, un tesoro internazionale, una fiamma vivente e un bambino del Sud», ha detto Honolulu Star-Bulletin nel 2003. Per tutti gli altri, è stato soprattutto una delle colonne del rock'n'roll e, in fondo, non è per nulla un dettaglio.

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