Weber e l'elogio (attualissimo) del professore "scomodo"

Competenza e chiarezza sono gli strumenti di ogni buon docente. Che non deve ergersi a guida spirituale

Weber e l'elogio (attualissimo) del professore "scomodo"

Il tempo in cui viviamo va modificando, insieme con le nostre esistenze, anche il senso di molte parole. Nel sentire quotidiano, per esempio, la coppia «antico/moderno» sta perdendo molta parte del suo significato. Giulio Cesare e Churchill appartengono al «passato», e ciò che li riguarda in termini mediatici segue questo criterio, presentandoli sic et simpliciter come personaggi del passato. Anche l'aggettivo «contemporaneo» si è fatto problematico. Cosa ci è veramente contemporaneo? È sufficiente che qualcosa venga prodotto oggi per essere chiamato così? Non è forse vero che le nostre esistenze trovano il loro racconto adeguato in opere di altre epoche? E quali opere di altre epoche possono contenere la descrizione esatta di quanto accade sotto i nostri occhi?

Ne è un esempio un libro scritto cento anni fa, Il lavoro intellettuale come professione di Max Weber (Mondadori, pagg. LXIV-130, euro 13, prefazione di Massimo Cacciari). Autore di una delle più grandi opere del XX secolo, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Weber sta alla sociologia come Dante Alighieri alla poesia. Per trovare una prosa altrettanto inesorabile, densa e profonda occorre scomodare Aristotele o Tocqueville. Il lavoro intellettuale come professione raccoglie due conferenze tenute tra il 1917 e il '19 all'Università di Monaco di Baviera: «La scienza come professione» e «La politica come professione». Il contesto storico in cui queste lezioni avvengono ha un peso decisivo: siamo alla fine di una guerra che vede la Germania sconfitta e umiliata. Tuttavia qualcosa non è stato distrutto, qualcosa che, nei tragici anni a venire, ogni potere dispotico cercherà di eliminare dalla faccia della terra: la sua classe intellettuale.

Parlare di intellettuali oggi non è molto di moda, anche perché vengono in mente scrittori, giornalisti, blogger tra cui molti ciarlatani. Moltiplicata dai media, la voce di troppa gente che non ha niente da dire ha inquinato una parola che indicava ben altro: dedizione all'insegnamento, ricerca scientifica, amore per la conoscenza, attaccamento a oltranza al proprio dovere, che era ed è uno solo, produrre conoscenza. Una Germania distrutta e misera poteva ancora sperare nel progresso umano e scientifico (a differenza di oggi) e contare, in questo senso, sui suoi uomini migliori, persuasi - come oggi quasi nessuno - che di fronte alle tragedie della storia uno è il compito supremo: la trasmissione a ogni costo del sapere e della passione per il vero. La cultura, infatti, non compete solo all'aspetto intellettuale, ma comporta sempre, in ogni caso, delle scelte, delle opzioni, che tuttavia un insegnante non deve dichiarare: suo compito non è illustrare le proprie opzioni, ma mettere un giovane nelle condizioni migliori affinché la scelta sia fatta nel modo adeguato. Per Weber «se qualcuno è un docente capace», «il suo primo compito è quello di insegnare ai propri allievi i fatti scomodi, e cioè i fatti, intendo dire, che sono scomodi per la sua opinione di parte; e per ogni opinione di parte - per esempio anche per la mia - vi sono fatti estremamente scomodi».

Non si tratta, qui, di un insegnamento neutrale. Solo chi sceglie le proprie opinioni può trarre veramente profitto da queste parole: chi non ha opinioni, infatti, non troverà mai nulla di scomodo. Una verità scomoda è, per esempio, questa, che «come i greci sacrificavano ora ad Afrodite ora ad Apollo, così è ancora oggi, che ci siamo disincantati e spogliati della veste mistica». C'è sempre un dio al quale diamo la nostra incondizionata devozione: il guaio è che non lo sappiamo più, così che chiunque può occuparne il posto. È vero: le cattedre sono piene di uomini ambizioni, vanitosi, cercatori di prestigio e di onori. Ma potrebbe essere diversamente? Cosa, dunque, può sconfiggere questa attitudine? Una cosa sola: «Noi sediamo in cattedra solamente in qualità di insegnanti» e non di profeti, guide spirituali, e nemmeno - aggiungerei oggi - di idioti mal pagati.

L'analisi delle carriere universitarie in Europa e in America ci illumina poi su differenze fondamentali. In un'America fiera della sua democrazia un giovane docente riceveva immediatamente uno stipendio, mentre per il giovane docente dell'aristocratica Europa era richiesto un lungo tirocinio a titolo gratuito, al quale potevano avere accesso non tanto i più meritevoli quanto i più ricchi. Si evidenzia in questo modo un'oscillazione, un'incertezza che la cultura non si è mai tolta di dosso, e che durerà per sempre: quella tra merito culturale (garantito da una democrazia che privilegia i più dotati e volonterosi) e gratuità del sapere (garantito, viceversa, da un approccio al sapere di tipo aristocratico). Ma, quale che sia il modo in cui scioglieremo il dilemma (che tale resterà in ogni caso), il dono inestimabile che un insegnante - non un vate, non una guida spirituale, non un maestro bensì un umile professore - ci può e ci deve dare ha un nome: chiarezza.

Mi fermo qui, non perché il saggio di Max Weber dedicato alla professione della politica sia meno bello (anzi!), ma perché meriterebbe uno spazio che non ci è dato sulle pagine di un quotidiano: leggendolo, tanti pensieri oggi avvolti nella nebbia, tanti comportamenti politici, tanti destini, tanti cambiamenti repentini, tante inspiegabili persistenze riacquistano un senso, una logica, un ordine.

Ma sulla chiarezza è necessario soffermarci per l'ultimo pensiero. Lo stesso Weber, trattando del progresso, nota (con Marx) che l'evoluzione della società rende l'uomo più ignorante rispetto agli strumenti che usa: un tempo tutti sapevano com'era fatto un secchio, o una pala, ma chi di noi sa veramente come funziona un computer, o un rasoio elettrico? In cent'anni questo divario è cresciuto, investendo non solo il nostro rapporto con le cose, ma anche quello con le parole, spingendo il nostro linguaggio verso una genericità, un'approssimazione che, favorita dai social media, si è impadronita della politica e di gran parte della cultura di massa. Parole imprecise, parole equivoche, interpretabili come meglio ci aggrada, e quindi ultimamente vuote.

Non mi sto lamentando, sto solo descrivendo un processo di analfabetizzazione che ha la sua origine non nella società come tale e nemmeno nella scienza, ma nel nesso che le lega. La chiarezza, elemento-base di qualunque processo educativo, non è soltanto una qualità augurabile: è una qualità essenziale affinché una civiltà possa sopravvivere. E, come tutti i giganti, anche Max Weber si è occupato - per il proprio tempo e per tutti i tempi - solo di ciò che è essenziale.

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