Andrew Lincoln:"Gli zombie siamo noi. Dobbiamo lottare con le nostre nevrosi"

Il divo inglese di The Walking Dead: "In questa stagione il mio eroe è in crisi"

Andrew Lincoln:"Gli zombie siamo noi. Dobbiamo lottare con le nostre nevrosi"

Los Angeles - Alla fine della terza stagione di The WalkingDead, la serie della cable americana AMC sulla banda di sopravvissuti dall'apocalisse degli zombie, si vede lo stoico leader Rick Grimes cedere per la prima volta alla disperazione. Per l'attore inglese Andrew Lincoln, che interpreta Grimes, era giunto il momento di dare la stura ai sentimenti troppo a lungo repressi. «L'angoscia e il lutto lo mettono infine in ginocchio», spiega Lincoln. «Grimes si è sacrificato a lungo per proteggere il piccolo gruppo di sopravvissuti, ma non è riuscito a salvare la moglie Lori; quando apprende della sua morte crolla agonizzante».

È ricominciato dunque di The Walking Dead, la serie numero uno in America: la premiere a ottobre del primo episodio della quarta stagione ha superato ogni attesa con una cifra quasi record di 17 milioni di spettatori (da noi va in onda sui canali Fox a 24 ore da quella americana). Ne abbiamo parlato con Lincoln, nato nel 1973 a Londra (il vero nome è Andrew Clutterback), che prima della svolta con questa fortunata serie iniziata nel 2010, ha sempre lavorato come attore in Gran Bretagna. È sposato con Gael Anderson, figlia del leggendario leader dei Jethro Tull Ian Anderson, ha due figli e fa il pendolare tra la Georgia, dove viene girata la serie, e Londra.

Mr. Lincoln, come si è ritrovato a far parte di questa serie?

«Il creatore è Frank Darabont, autore e regista di film come The Shawshank Redemption, una persona che ammiro molto. Mi sono fidato ciecamente di lui, pur non essendo un cultore di questo tipo di storie, horror, zombie. Ho chiesto al mio agente: “Ma dopo 20 anni di lavoro sei sicuro che devo fare una cosa con gli zombie?” Lui mi ha risposto: “È quello che ora va di moda”».

Ed ha accettato.

«Sì, anche per un senso di sfida con serie stupende come Breaking Bad e Mad Men, che in quel periodo mi avevano appassionato. Come sappiamo tutti The Walking Dead non è solo zombie e fuggi fuggi e sparatorie, ma c'è tanta sostanza a livello umano. Senza dubbio un progetto unico. Non mi sono reso conto che comunque era un programma di “genere” fino a quando mi sono ritrovato ad essere inseguito da un'orda di zombie».

Nonostante il successo di pubblico e critica la serie non ha ancora ricevuto un Emmy, se non per il make-up delle creature, e tantomeno per lei come attore. La ritiene un'ingiustizia?

«No no, non ho nessuna intenzione di entrare nel dibattito, pena la perdita di quel senso di magia che rende questo nostro lavoro così eccitante».

Cosa le piace della nuova stagione?

«I sopravvissuti sono di nuovo bersaglio della crudeltà dei loro nemici, ma bisogna continuare a sperare. È un mondo brutale, ma c'è ancora un angolino di umanità che ci permette di andare avanti».

Cosa rappresentano gli zombie secondo lei? Perché piacciono tanto al pubblico?

«Secondo me rappresentano la minaccia umana creata da noi stessi in conseguenza di un eccessivo stress. Gli zombie sono la metafora della nevrosi moderna e di tutte le angosce che tentiamo di nascondere nell'inconscio, e che invece dovremmo affrontare a viso aperto una volta per tutte. Ma ognuno è libero di leggerci quello che vuole: magari la minaccia dell'islamismo radicale, o che so io, degli squali di Wall Street».

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