Certe vittorie non arrivano in punta di lama: travolgono. L'oro dell'inseguimento a squadre sulla pista lunga è un colpo secco al tavolo delle superpotenze. Gli Stati Uniti, la Cina l'argento e il bronzo al collo e l'Olanda restano a guardare. L'Italia no. L'Italia torna sul gradino più alto e lo fa a vent'anni dal capolavoro di Torino, quando Enrico Fabris e compagni scrissero la prima pagina epica di questa storia. A firmare la seconda sono tre uomini maturi, tre over 30 che non hanno più tempo da perdere: Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti. Non promesse, ma certezze temprate da delusioni, cadute, attese.
È il nono oro azzurro di questi Giochi, la ventiquattresima medaglia complessiva. Numeri che raccontano un'edizione da record e in cui la pista lunga ha fatto la voce grossa. E poi quel dato che suona come un destino: tutti e cinque gli ori olimpici italiani nel pattinaggio di velocità sono arrivati in edizioni di casa.
Ghiotto, vicentino laureato in filosofia, figlio di un ex ciclista e padre di due bimbi (Filippo e Niccolò), il risultato dei 10mila lo aveva vissuto come una ferita aperta. "Ho fatto schifo, ho deluso me stesso e tutti", aveva detto a caldo, spingendosi a evocare l'ultima Olimpiade. Parole crude, senza paracadute. Poi l'occasione: l'unica gara a squadre del programma. Lì dove si vince insieme o non si vince affatto.
"Fabris, Anesi, Donagrandi e Sanfratello li vedevamo in tv quando correvo ancora su rotelle", racconta pensando ai campioni del passato. Stavolta è lui a finire nello schermo degli altri.
La gara è una partita a scacchi sul ghiaccio. Gli italiani partono forte, come previsto. L'America iridata in carica resta agganciata, perde il minimo indispensabile. La strategia è chiara: aspettare metà gara per cambiare ritmo, stringere i denti e poi affondare. Così accade.
Il sorpasso è chirurgico, l'ultimo giro una dichiarazione di superiorità. Giovannini, alla quarta Olimpiade, dedica il trionfo ai figli Enea e Celeste. Prima, però, si concede un gesto che è insieme sfida e liberazione: la "Night Night" di Stephen Curry, copiata dalla finale olimpica di Parigi 2024. Buonanotte, signori. Proprio davanti agli americani. "Ho detto al mio compagno di stanza Francesco Betti: Se vinciamo, replico la sua esultanza. Quindi l'ho fatto".
Malfatti, che a PyeongChang partì senza mai scendere in pista, oggi è campione olimpico dopo il titolo mondiale del 2024. "Sapevamo che nella prima parte della gara saremmo stati più lenti degli americani, sapevamo che la nostra gara poteva iniziare da metà gara. Dovevamo perdere il meno possibile all'inizio e così è stato. Un'emozione indescrivibile", dice Malfi, anche lui trentino come "Giova".
Vent'anni dopo, l'Italia riscrive la storia sulla pista lunga.Non è nostalgia, non è coincidenza. È la prova che certe eredità non scivolano via. Restano lì, sotto il ghiaccio. E aspettano solo il momento giusto per tornare a brillare.