Berrettini tra i maestri della racchetta E Sinner si gioca il titolo del Next Gen

Domani al via le Atp Finals di Londra con un azzurro dopo 41 anni

Persino i numeri confermano che questo è il momento più magico della storia del tennis italiano. Fatta, sì, di campioni, ma che non ha mai avuto un weekend come questo da raccontare.

Jannik Sinner è passato da invitato a grande protagonista al torneo Next Gen di Milano, conquistando la finale dopo aver battuto il serbo Kecmanovic (2-4, 4-1, 4-2, 4-2). Stasera alle 21 - diretta Supertennis - sfiderà l'australiano De Minaur. Per il tennista di San Cataldo, 18 anni e tre mesi, una vittoria in rimonta dedicata al suo coach Riccardo Piatti (ieri 61 anni) che a Bordighera nella prossima stagione allenerà anche la russa Maria Sharapova.

Matteo Berrettini invece si appresta ad entrare nell'arena dei magnifici 8 grandi delle racchette. Domani, a Londra e contro Novak Djokovic. Dunque basterebbe questo (e tutto ciò che sta girando intorno ai due) per festeggiare. Ma poi appunto ci sono i numeri che incoronano Matteo. Come, per ora, il miglior italiano mai arrivato a quello che una volta si chiamava Masters, il terzo dopo Panatta e Barazzutti.

In pratica: Adriano, che ci entrò nel 1975 anche lui da numero otto del tabellone, in realtà secondo la complicata classifica mondiale dell'epoca - che teneva conto del ranking della federazione internazionale e di quello del circuito alternativo del Grand Prix - finì la stagione al 14° posto. Quindi sei posti indietro (salì poi al numero 4 nel 1976). Corrado invece, che è stato anche numero 7 del mondo, entrò nelle finali di stagione da numero 10 e approfittando dell'assenza di Borg e Vilas.

E poi c'è un'altra statistica super a incoronare Berrettini, quella redatta dall'Atp. Che ha vivisezionato il servizio dei Top 10 del ranking negli ultimi otto anni di circuito. Ecco: nella battuta da sinistra al centro Matteo divide la leadership con (nientemeno che) Federer; in quella da destra al centro è il numero uno assoluto. Bum Bum, insomma. E d'altronde lo stesso Panatta, quando il ragazzo aveva solo 16 anni, gli disse passando vicino al campo dove si allenava che un giorno avrebbe servito a 230 all'ora. «Al momento pensavo scherzasse», ha confessato Berrettini. E invece no.

E dunque: eccolo alle Atp Finals con apparente tranquillità, quella in fondo della sua vita fatta di cose semplici e di un tennis sempre più perfetto. Matteo considera il traguardo come un Oscar per la stagione, sa bene che la sua carriera è appena cominciata: nel 2020 arriverà il momento più difficile, quando bisognerà confermarsi per non tornare nella terra di mezzo.

Intanto però c'è Djokovic (domani alle 15 nel primo match del torneo, diretta Sky), e poi Thiem e Federer, in un girone di ferro in cui gli servirebbe una vittoria per diventare davvero il miglior italiano di sempre. Quel Roger che gli impartì la lezione di Wimbledon e al quale ha chiesto stavolta «di fare il bravo». I numeri di Berrettini fanno pensare che questa volta sarà diverso da quel match sull'erba. D'altro canto lui non è come quei giocatori «che vanno in campo solo per vincere e dimenticano che il tennis è un gioco. Nel quale si vince solo giocando». Questo lo dice Jannik Sinner. Un altro che ha i numeri.