"Il campionato riparte ma al nostro calcio serve un recovery fund"

Il n°1 della Figc a due giorni dal via: "Cifre impressionanti. E i contratti sono pre-Covid"

Presidente Gravina, sta per tornare in campo il calcio italiano e c'è ancora chi si chiede come sia stato possibile concludere il campionato in piena pandemia

«È stato il classico miracolo all'italiana, il frutto di un grande impegno. Abbiamo raccolto l'energia proveniente dai tanti tifosi e l'abbiamo trasformata nella politica concreta del provare a saltare un ostacolo per volta. Credo che bisognerà essere grati a quanti hanno collaborato per ottenere questo risultato. E spero inoltre che l'entusiasmo suscitato in piena estate continui con l'onda lunga nel prossimo autunno. Ne avremo bisogno».

Ha già pronta la scaletta delle priorità per il nuovo torneo che riparte sabato?

«Eccola: al primo posto c'è la salute. Ricevo quotidianamente testimonianze di criticità incontrate dai club per rispettare l'applicazione del protocollo attuale, riferito al numero dei tamponi da effettuare ogni 4 giorni. L'ho detto e lo ripeto: è diventato complicatissimo. Penso che il calcio italiano debba allinearsi con i provvedimenti adottati dagli altri paesi europei. A Budapest, sede della finale di Supercoppa d'Europa tra Siviglia e Bayern Monaco, il 24 settembre prossimo ci sarà la prova più importante con uno stadio europeo riaperto. Da sempre sono per rispettare due criteri: gradualità e responsabilità ma bisognerà pure riconoscere al calcio italiano di essere ripartito a giugno scorso senza aver provocato alcun aumento della diffusione del contagio».

Riaprire gli stadi, d'accordo: e poi? Solo play-off?

«Toccherà pensare al piano complessivo delle riforme. Sentiamo il bisogno di riformare lo sport nel suo complesso e noi, responsabilmente, abbiamo il dovere di farlo con il calcio. La revisione dei format non può riguardare solo quello professionistico ma anche i dilettanti. E inseguendo il traguardo della sostenibilità dobbiamo puntare sulla valorizzazione di due capitoli fondamentali: nuovi stadi e settori giovanili. Personalmente credo che non bisognerà avere paura dei cambiamenti».

Nel prossimo mese di marzo ci saranno le elezioni: nelle altre federazioni si colgono molte fibrillazioni da parte dei presidenti in carica da molti mandati. Lei cosa pensa della questione?

«Devo confessare che è un tema che non mi appassiona affatto. Se nel futuro non dovessi rientrare nei giochi, non ne farei un dramma. Credo che debbano essere tutelati i criteri della democrazia favorendo le candidature sia a livello di federazioni che di leghe e componenti».

Nel frattempo c'è una polemica sugli 80mila euro percepiti da Nicchi come presidente dell'Aia

«Qui credo che ci siano dei sepolcri imbiancati in circolazione. È venuto il tempo di spazzare via l'ipocrisia che circonda i ruoli dei dirigenti sportivi. Secondo lei il presidente della federcalcio dev'essere per forza uno ricco di suo e ricevere un compenso di 36mila euro lordi per un lavoro che impegna da mattina a sera? La risposta è scontata. Con i giusti pesi, rispettando correttezza e trasparenza, si può mettere mano alla questione. Specie in considerazione della recuperata centralità del calcio italiano».

Troppi rigori nell'ultimo tratto del campionato: c'è da correggere molto o poco?

«Ho visto pochissime contestazioni sull'argomento grazie al conforto della tecnologia che non elimina gli errori. L'auspicio è che si perfezioni sempre più il meccanismo».

Suarez, centravanti del Barcellona, è comunitario per la Liga spagnola ed extra-comunitario per il calcio italiano: non è il caso di disporre regole uguali per tutti?

«Nell'era del calcio globalizzato, è dovere di Fifa e Uefa provvedere alla bisogna, uniformando i regolamenti. E non soltanto in materia di tesseramento».

In Lega Pro, il sindacato minaccia uno sciopero di protesta prima dell'inizio: non pensa che si tratti di un'arma arcaica?

«Non so se sia arcaica o no, so invece che anche quello è un mondo complesso e confido che attraverso il dialogo si eviti un evento che diventerebbe uno spot negativo per tutto il calcio italiano».

L'andamento del calcio-mercato è la conferma solenne della crisi economica che ha investito la serie A: non crede che ci sarebbe bisogno di un recovery fund per il calcio?

«Assolutamente sì. Arrivo da una serie di riunioni durante le quali stiamo approfondendo le cifre impressionanti della crisi. I botteghini chiusi hanno provocato una voragine nelle casse dei singoli club. E se si aggiungono a questo crollo i mancati introiti derivanti da sponsor e ospitality si capisce chiaramente la sofferenza. Da una parte abbiamo la riduzione dei ricavi, dall'altra la conferma dei costi, in materia di stipendi di calciatori, i quali godono di contratti stipulati in era pre-Covid. Così non regge il sistema».

Cosa le è rimasto della notte azzurra di Amsterdam?

«A fine partita i complimenti della delegazione olandese che ha riconosciuto alla nostra Nazionale il coraggio di essere arrivati nella patria del calcio totale e di aver avuto il 60% del possesso palla. La nostra è una nazionale giovanissima, abbiamo 4-5 under 20 e Mancini sta lavorando alla grande».

Cosa pensa del probabile arrivo dei fondi stranieri nel capitale della Lega di serie A?

«Credo che sia una risposta chiara del mercato. Se entrano questi fondi e investono è perché riconoscono nel brand capacità di espansione e possibilità di moltiplicarne i ricavi. Bisognerà farsi trovare pronti e lavorare sodo per centrare il traguardo di un calcio sempre più competitivo».

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