Il finale a sorpresa è una coppia d’oro: Deborah Compagnoni e Alberto Tomba, ultimi tedofori.
Poi Bergomi e Baresi, le ragazze del volley, Bocelli e il nessun dorma, Ghali che canta Rodari e l’incanto di Charlize Theron. Stai qui e ci provi: come la racconti la bellezza? Come la racconti in uno stadio pieno che fa l’onda e si muove e mormora e applaude, trema, sospira, come se davvero ci credesse a questa storia che gli italiani sono dopo tutto un po’ speciali. Gli elicotteri passano sulla testa ma non ci fai caso, perché questa sera non vuoi avere paura. Solo stupore, quando vedi le teste bianche di marmo antico che ti ricordano chi caspita siamo. I figli dei figli dei figli di un impero che, scusate, l’America di Trump non potrà mai guardare negli occhi, senza abbassarli. Si, certo, statue, rovine del passato può biascicare qualcuno, ma per Giove capitolino queste sono statue di eternità. Il resto, questa sera, non conta, perché anche se siamo l’incarnazione quotidiana dell’imperfezione ogni tanto viene anche ai più cinici la voglia di essere un po’ orgogliosi di questo popolo disperso e smemorato. Chi glielo dice agli altri che il segreto della meraviglia è proprio l’imperfezione. E poi, madrepatria, parte l’Aida e le maschere e il melodramma e le tavolozze di colori e a far l’amore comincia tu, perché Raffaella ci sta sempre bene.
Poi d’improvviso venivi dal vento rapito e cominciavi a volare nel cielo infinito. È la voce di Mariah Carey. È più di un inno. È volare. È nel blu dipinto di blu e la conoscono anche a Arthur Avenue nel Bronx italiano dove adesso sicuramente stanno piangendo o nelle strade basse sotto la «Bombonera» di Buenos Aires, perché certe storie di maledetta italianità se le raccontano da stadio a stadio.
San Siro questa sera è qualcosa di più. Non è semplicemente uno stadio. È un animale antico che sa di essere arrivato alla fine. Lo senti nel cemento che trattiene l’umidità, nelle rampe che sembrano scale di un tempio industriale, nel modo in cui la gente sale senza guardarsi troppo e sembra perdersi e poi riconoscersi, perché come ogni olimpiadi, che sia d’estate o d’inverno, questa è la grande festa dei popoli del mondo. E San Siro, che ha ospitato tutto, questa cosa lo sa e se la gode proprio perché è una prima volta. Questa notte olimpica è probabilmente la sua ultima grande avventura e ti viene da chiedere: ma davvero volete spegnergli le luci?
Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, con l’accento romagnolo di Laura Pausini. Mameli è morto che aveva vent’anni, con la gamba in cancrena sul Gianicolo, per difendere una repubblica che non aveva speranze e un’idea impossibile di Italia unita. Era solo un ragazzo, ma ci credeva, a qualcosa di assurdo e indefinito, una vaga idea di patria, con perfino l’illusione di quella bestemmia che allora era l’idea di democrazia.
E se stasera si applaude Mattarella è anche per la scommessa incosciente di Mameli, che è morto per tutto o per niente.
I cinque cerchi adesso si perdono nelle migliaia e migliaia di luci. Sfilano le bandiere e come sempre si comincia con la Grecia e poi via in ordine alfabetico, con gli applausi agli armeni, vittime di tutto, e la Cina che sorride, la festa dei colombiani, degli ecuadoriani o peruviani, cileni o boliviani di Milano, e il bob da leggenda giamaicano, la simpatia per i danesi e per tutta la Groenlandia, ma nessuno fa caso agli estoni, e una standing ovation sotto un canto siderale arriva per gli ucraini. C’è l’Iran, c’è Hong Kong, c’è quello che non si vuole vedere e tutti sognano la libertà.
C’è la rabbia e l’orgoglio su Israele, chi fischia e chi applaude. C’è sempre e comunque l’America.
Il mondo ci sta guardando e un po’ si stupisce, un po’ si chiede cosa siano quel lavandino nano chiamato bidè e le prime olimpiadi diffuse. Poi, però, ci invidiano. Non capiscono ma ci invidiano. Non sanno perché, qualche volta faticano a immaginarlo, ma c’è qualcosa in questi italiani che non si riesce a contabilizzare, non lo chiudi in un algoritmo, non lo risolvi nella logica dell’uno e dello zero e non lo trovi in una parodia di penisola che sembra uno stivale e per qualche strano motivo si sente, e qualche volta lo è, il centro del mondo. E ora Favino ti legge l’infinito, si proprio quello di Leopardi.
La risposta che non c’è forse è in quella siepe che da tante parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. È nei sovrumani silenzi e nella profondissima quiete. È l’immensità che annega. È il naufragare dolce, questa sera, dentro San Siro.