C'era una volta il calcio che giocava per vincere

Ora lo fa solo per i soldi. L'ultima rata di Sky arriverà solo se si riprende. E salverà molti club

C'era una volta il calcio che giocava per vincere

Ci mancano i gol, le rovesciate, i colpi di tacco, le parate miracolose. Ci manca il pallone che rotola, trepidare per la nostra squadra del cuore. Ci manca addirittura il Var, perlomeno per poter polemizzare un po'. Ok, è chiaro: ci manca il calcio. E pure tanto. Ma se riprendesse ora, che calcio sarebbe? Va bene, a livello sociale lo sport ha un ruolo importante anche come distrazione da problemi ben più grandi. Ma in piena emergenza coronavirus, fase 1, 2 o 54 che sia, è innegabile che il pallone sia l'ultimo pensiero per tutti o quasi. Con negli occhi l'immagine indelebile della colonna militare che scorta le bare fuori da Bergamo, difficile concentrarsi come nulla fosse su un tiro di Ronaldo, un dribbling di Luis Alberto o una parata di Handanovic. Per giunta in uno stadio vuoto e silenzioso. Resta solo un motivo per riprendere. E ha del ragionevole: i soldi.

Facile, banale e un po' populista dire che i soldi non contano e anzi, inquinano la bellezza dello sport. Ma la realtà è diversa. Il calcio non è solo sport, è un'azienda che muove milioni di euro e che offre migliaia di posti di lavoro. Quello che è paradossale è che a sentire le dichiarazioni dei dirigenti, l'aspetto economico è al momento l'unica cosa che conta. Nessuno parla più di «giocare per vincere», di voler «conquistare titoli e coppe» e nemmeno di «valorizzare i giocatori». Fanno eccezione solo la Lazio e il suo presidente Lotito. E, in fondo, eccessi dialettici a parte, un pizzico di ragione ce l'ha pure lui. E quando gli ricapita un'occasione così? Sta di fatto che questo maledetto virus ha rivoluzionato l'essenza stessa dello sport. Non si gioca per vincere, non si gioca per competere. Si gioca per sopravvivere, per portare avanti il patrimonio aziendale. Con la speranza che nello scontro con la Lega calcio, con concreto rischio di carte bollate, i colossi della tv non taglino i fondi alle società mettendo ulteriormente a rischio i bilanci.

E non va dimenticato che il calcio è un'azienda non solo per i privilegiati milionari che si prestano agli improperi populisti. C'è un esercito nascosto di signori Rossi che vive facendo il custode, il magazziniere, il tecnico tv, lo steward e tante altre professioni di chi sta dietro le quinte del grande show senza clamore e con stipendi tutt'altro che faraonici.

Ma un calcio così, quasi obbligato, senza divertimento reale, con un campionato inevitabilmente falsato da una pausa lunga e giocato con trenta gradi, con rischio infortuni, senza pubblico, con la testa altrove e per giunta con il rischio contagio dietro l'angolo... Che calcio sarebbe? Non a caso nella loro stragrande maggioranza le tifoserie organizzate hanno detto chiaramente che no, loro non vogliono saperne di riprendere un campionato a queste condizioni.

Che fare, quindi, per trovare una sintesi tra ragioni del cuore e del portafoglio? Difficile dire quale sia la soluzione migliore. Una cosa è certa. Alla fine, che le cose vadano in un modo o nell'altro, che si giochi o meno, saranno in moltissimi a non essere felici. Maledetto virus. Comunque vada, il calcio, quello vero e che tanto ci piace, ce lo hai già rovinato.

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