C'era una volta il dream team. Le scuse "mondiali" dell'Nba

Cambi di squadra, figli in arrivo e traslochi: le stelle americane «disertano» la coppa del mondo in Cina

C'era una volta il dream team. Le scuse "mondiali" dell'Nba

Più che un sogno, sembra un incubo. Lo chiamano Dream Team, ma tra le stelle Nba nessuno sembra volersi sporcare le mani per la nazionale americana. Dal 31 agosto ci sarà da difendere il titolo ai Mondiali in Cina, per coach Gregg Popovich sarà la prima avventura nelle nuove vesti e già abbozzare una lista di preconvocati per il training camp di Las Vegas, al via lunedì prossimo, è stata un'impresa. Dovevano essere in 20, è stata una faticaccia arrivare a 17 tra scuse, rinunce e autoesclusioni: da qui verranno selezionati i 12 prescelti per il Mondiale, è già certo che non ci sarà nessuna stella assoluta dopo che a cascata si sono tirati indietro Harden, Davis, Lillard, DeRozan, Love, Millsap, Beal e Gordon.

I cinesi, a ragione, avranno di che lamentarsi visto che per la prima volta ospitano un torneo iridato, tra l'altro con la formula allargata a 32, e i dominatori della palla a spicchi si presentano con un surrogato stinto, che non accende le fantasie degli appassionati: come se dicessero di no a un Mondiale di calcio Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar. Certo, in quintetto ci saranno Drummond, Smart e Lowry, ma solo undici anni fa il Team Usa, nella stessa Cina, ha lasciato ricordi illustri: Pechino 2008, oro olimpico a mani basse, otto vittorie su otto partite e scarto medio di 28 punti. Non fu l'accecante spettacolo di Barcellona 92, nemmeno quello di Atlanta 96, ma stelle del calibro di LeBron, Bryant, Wade e Anthony illuminarono i cinque cerchi, meritandosi l'appellativo di Redeem Team, squadra della resurrezione, capace di riscattare le debacle degli anni precedenti, dove gli americani si erano fermati al bronzo sia ai Mondiali in Giappone (2006) sia alle Olimpiadi di Atene (2004). Per non parlare del sesto posto iridato al torneo organizzato in casa nel 2002.

Sono gli indiscussi cannibali di questo sport e se partecipano lo fanno solo per vincere. Stavolta i favori del pronostico traballano, l'unica vera star sarà coach Popovich, chiamato a banchettare senza caviale né champagne. Ha sfogliato la margherita, ognuno aveva la propria scusa. J.J. Redick sta traslocando («Con la mia famiglia dobbiamo abituarci alla nuova vita di New Orleans»), Anthony Davis preferisce prepararsi all'imminente avventura con i Lakers, Bradley Beal aspetta il secondo figlio in un anno dalla moglie Kamiah: «Scusa coach, non me la sento». Sulla strada per la Cina le prime risposte arriveranno dalle amichevoli con Australia, Canada e soprattutto Spagna, in attesa del debutto il 1° settembre con la Repubblica Ceca. Almeno davanti ai microfoni lo staff tecnico a stelle e strisce non si mostra preoccupato e il coordinatore Jerry Colangelo ha tagliato corto: «Nulla di nuovo, era già successo. Per fortuna abbiamo un bacino di giocatori smisurato».

L'emblema del

rifiuto di massa è rappresentato dal no di Zion Williamson, prima scelta assoluta dell'ultimo draft. Si prepara al debutto con i Pelicans, ha appena compiuto 19 anni e il Mondiale gli sta già stretto. Sai che scocciatura.

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