C'è una montagna che non ha fretta e aspetta. Anche nebbia e neve attendono qualcuno, forse qualcosa. Poi arriva questa donna con dieci anni in più di molte rivali e una gamba che pochi mesi fa era un groviglio di fratture e legamenti rotti. E vince. Sotto l'azzurro della tuta, Federica ha una cicatrice lunga mezzo metro, è un tatuaggio del destino, la firma della montagna sulla pelle, ricorda allenamenti in silenzio, dolori che svegliano le notti, lacrime che non si vedono perché scendono dentro. Racconta cose brutte, quelle che incrociano lo sport e la vita. Federica vince e spiazza, dice che l'oro non le mancava, "è stata questa la mia forza". Mentre altrove, nei cortei, nei sabotaggi, nei post stonati della politica è una triste gara di colpi fuori gioco per far male ai Giochi d'Italia, dentro l'olimpiade una donna fa il bilancio della propria vita e si prende tutto: l'oro che non mancava; e si tiene tutto: il paradiso delle vittorie e l'inferno delle fratture che neppure l'oro ha la forza di cancellare. Lo confermano le piccole rughe attorno ai suoi occhi meravigliosi che raccontano sofferenza, non l'età. Sergio Mattarella, il presidente tifoso, giaccavento bianca, la guarda con tenerezza e l'abbraccia. Non è cerimoniale, è consapevolezza, è vicinanza di chi sa bene che l'inferno della vita non si cancella, le cose troppo brutte legano, accomunano gli eroi sportivi e quelli del quotidiano perché tutti le portano tatuate sulla pelle o nell'animo. E adesso il problema è nostro, non di Federica.
L'oro che non le mancava dove lo mettiamo? Prima, dopo, sopra, sotto, accanto a chi? A quale grande campione? Impossibile collocarlo. Nasce da una ferita che non ha voluto essere dimenticata, nasce dalla scelta di non farsi definire dalla parte brutta della vita e pesa come il dolore che l'ha preceduto.