Corona camp, la follia del Dottor Male

Marko, soprannominato nel box doctor evil: "Un ritiro con i piloti per farli contagiare"

Ci sono pensieri e riflessioni che non dovrebbero mai diventare parole. Soprattutto se chi legge e ascolta convive con il quotidiano conto dei morti da pandemia e il giornaliero rimando a quell'ultima volta in guerra quando tutto era stato così buio e tragico. Soprattutto se quelle parole riguardano dei giovani e quindi noi tutti genitori. Soprattutto se gli animi che ascoltano e leggono sono prigionieri in casa e la pazienza e la voglia di comprendere e dire massì, ha solo detto una cazzata, diventano deboli. Soprattutto se le parole odorano alla lontana di esperimento e recinti e chi le pronuncia fa di soprannome Doctor Evil e ha nome e cognome tedeschi.

Helmut Marko è un signore di 76 anni con un occhio di vetro e la fronte spezzata da una pietra. Colpa di un incidente di pista. Di professione sceglie piloti da corsa e il nickname Doctor Evil, Dottor Male, gli è stato affibbiato per il modo crudo con cui licenzia i piloti (chiedere a Vettel) e ribatte ai colleghi rivali (chiedere alla Ferrari). Da anni è consigliere di un'importante squadra di Formula uno: la Red Bull; e di un famoso imprenditore: Dietrich Mateschitz, il Signor bibita energetica. Marko per la verità non è tedesco, bensì austriaco; la storia insegna però che a volte non fa differenza. Marko non si occupa di politica, di società, di emergenze sanitarie, non è virologo, non è medico, non ci capisce nulla, ha studiato giurisprudenza con specializzazione volante, cambio e acceleratore. Per cui dovrebbe stare zitto. Solo che non lo ha fatto. «Nella nostra struttura racing» ha spiegato convinto, «abbiamo 4 piloti di Formula uno (fra questi Max Verstappen) e una decina di giovani del team junior impegnati in altre categorie. Così ho pensato che in questo periodo senza più competizioni e F1, avremmo potuto organizzare un camp dove radunarli e mantenerli preparati a livello fisico e mentale». Fin qui tutto bene. Solo che ha aggiunto: «E nel camp sarebbe stato il momento migliore perché contraessero il coronavirus...». Detto così, con leggerezza. A una tv austriaca pubblica, nonni, genitori e piccini riuniti in salotto ad ascoltare. Presenti, si spera, anche papà e mamme dei piloti ventenni e sedicenni a cui si riferiva Marko. Giusto per augurarsi che qualcuno lo vada ad aspettare fuori dal camp.

Pensieri e parole eticamente stonati. Ovviamente la Red Bull non ha neppure lontanamente preso in considerazione il folle suggerimento del suo consigliere. Ma forse dovrebbe fare di più. Magari un passetto in là per discostarsi. Ben oltre i due metri del rischio contagio. Un po' perché certe sciocchezze restano addosso e al contrario del virus non si lavano via; un po' perché mentre si producono respiratori per l'emergenza parole simili diventano un boomerang. Marko ha infatti insistito, «sono tutti giovani piloti» ha detto, «forti e in ottima salute, nel nostro camp avrebbero potuto contrarre il coronavirus in forma leggera e si sarebbero fatti poi trovare pronti alla ripresa dei vari campionati». Un ignorante alla ricerca dell'immunità di gregge. Di cognome tedesco, anzi austriaco. Ma non fa differenza. Perché il soprannome è peggio.

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