"La Dakar è un salto nell'ignoto che mi affascina e spaventa"

La nuova sfida del due volte campione del mondo di F1:«Non è show alla Hamilton e Rossi, qui serve vero coraggio»

Jeddah Sarà la Dakar delle grandi sorprese. Non solo per il cambio di continente. Dopo 30 anni in Africa e 11 edizioni in America Latina, la corsa leggendaria approda in Medio Oriente, in Arabia Saudita, che da domani al 17 gennaio ospita la 42ª edizione del rally più massacrante al mondo. Stavolta ancora più avventurosa, visto che la navigazione tornerà protagonista. Il roadbook, «la bibbia» del rallista che indica il percorso, verrà consegnato solo venti minuti prima della partenza. Una sfida per i veterani, un vero scoglio per i debuttanti. Lo sa bene il rookie d'eccezione, Fernando Alonso. Il due volte campione del mondo di F1, che dal suo ultimo Gp nel 2018 ha conquistato un titolo nel World Endurance Championship, due vittorie alla 24 Ore di Le Mans e una alla 24 Ore di Daytona, ha deciso di lanciarsi in questa sfida estrema a bordo di una Toyota Hilux, che lo scorso anno era salita sul primo gradino del podio con Nasser Al-Attiyah. Al suo fianco il 5 volte vincitore del rally e ex-direttore sportivo della Dakar, Marc Coma.

Cosa l'ha spinta?

«La mia sete di sfide. È una nuova avventura, ma anche una scelta molto ambiziosa perché la Dakar è la disciplina più estrema tra gli sport motoristici. E forse la più lontana dalle monoposto. È un balzo nell'ignoto: il terreno, le distanze, le ore di guida. Se una gara di F1 richiede un'ora e mezzo di concentrazione e ti puoi rilassare nei rettilinei, nei rally ogni metro richiede la massima attenzione».

È affascinato.

«Sì, da una gara selvaggia in tutti i sensi. Dallo stile di guida alla vita nel bivacco. Fatica, polvere, un pizzico di follia e soprattutto una grande avventura, non solo per piloti e co-piloti ma anche per i meccanici, i team e la stampa a seguito».

Accettando questa sfida ha mostrato un lato molto umano.

«Sì, ci vuole coraggio. Pochi arrivano a concepire un passaggio così drastico. Se guardo alla mia carriera, amo definire questa sfida una piccola follia».

Molti dicono che fa marketing, che risponde?

«Che ho dos grandes pelotas. Questo non è uno show, uno scambio moto-auto. È una gara vera e propria, dove regna sovrano il dio cronometro».

A Fernando Alonso non è permesso sbagliare.

«È stato sempre così. Che si tratti di F1, di una 24Ore o di una gara di kart. Sono consapevole che mi manca esperienza. Sei mesi di preparativi non possono compensare la sensibilità delle leggende di questo sport. Dalla mia però, ho tanti anni passati dietro al volante. Affronto questo challenge con il rispetto che merita e l'assoluta concentrazione».

Invidia Hamilton nella sfida con Valentino Rossi?

«Una cosa è fare dello show, un'altra è la competizione».

Che gara si aspetta?

«I primi giorni saranno di apprendistato. Sarà importante imparare a leggere il terreno e prendere il ritmo. Devo abituarmi anche a condividere l'abitacolo con un co-pilota. In questo Marc (Coma) è una leggenda della Dakar. È più competitivo di me, è attento ad ogni dettaglio. Sarà di grande aiuto. A livello di ritmo puro, penso di stare nei primi 15, ma la gara è lunga».

Tanti si aspettano che vinca.

«Non mi sento pronto. In altre occasioni, come la 24 Ore di Le Mans, Indy o Daytona mi sentivo competitivo. Qui no, devo avere una strategia diversa: non essere il più veloce, ma arrivare alla fine».

Cosa la preoccupa maggiormente?

«Avere brutte sorprese. Dopo sei mesi di preparazione intensa, voglio finire il rally. Non ho dubbi, ma mi attira e spaventa allo stesso tempo il rischio insito in questa disciplina».

Chi è il favorito per la vittoria?

«Nasser (Al-Attiyah). Conosce bene la vettura, questa fetta di mondo, e ha velocità ed esperienza».

Dopo tanti successi, cosa deve dimostrare ancora?

«Non sono qui per dimostrare. Però se riesco a fare una buona gara Beh, che venga qualcun altro a fare tutto quello che ho fatto io. E dopo ne riparliamo».

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