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Ecco Miura e Duetto: diverse ma immortali

Sotto i fari del Salone dell'auto di Ginevra del 1966 due dive italiane che hanno scritto la storia

Ecco Miura e Duetto: diverse ma immortali
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Se qualcuno dovesse dare una colonna sonora agli anni '60, quella sarebbe sicuramente una musica a ritmo del rock'n'roll. Una corrente frutto di genio e creatività, che ha inciso fino ai giorni nostri. Un estro che non mancava neppure nel campo automobilistico, dove le innovazioni andavano a braccetto con l'estetica. Il bello al servizio dell'utile, con le tante carrozzerie dell'epoca impegnate in battaglie furiose per lasciare ai posteri oggetti sensazionali. Un po' come accadde al Salone di Ginevra 1966. Un'edizione che ha lasciato il segno, perché sotto ai suoi fari sono nate due dive italiane che hanno scritto la storia delle quattro ruote. Niente sarebbe stato più come prima. Sono trascorsi sessant'anni da quel 10 marzo, quando il mondo fu sconvolto dall'ultima creatura di Lamborghini, un marchio giovane, che ebbe l'ardire di lanciare quella che, di fatto, è ritenuta la prima supercar moderna della storia: la Miura. Tutti rimasero a bocca aperta. Prima di allora non si era mai vista un'auto così schiacciata al suolo e con il motore in posizione centrale. La Miura fece invecchiare in un battito d'ali tutte le concorrenti, da Ferrari a Maserati, che corsero presto ai ripari. La firma dietro all'eterno capolavoro fu di Marcello Gandini, della carrozzeria Bertone, che per la belva di Sant'Agata Bolognese disegnò dei fari a scomparsa simili a seducenti occhi con lunghe ciglia e delle feritoie per il radiatore che divennero il tocco inconfondibile di uno degli atelier più prestigiosi del globo. Ma, come dicevamo, in quello stesso giorno un'altra pietra miliare dell'automobilismo nostrano fu celebrata con entusiasmo: l'Alfa Romeo Spider, detta anche Duetto. Quell'appellativo romantico nacque dopo un concorso pubblico indetto dal Biscione e al quale risposero 140.501 persone, compreso il principe d'Olanda. A spuntarla fu Guidobaldo Trionfi di Brescia, l'uomo che ebbe il colpo di genio che gli valse come ricompensa una bella Spider 1600 candida come la neve, consegnata ai cancelli del Portello dal presidente Giuseppe Luraghi in persona. L'Alfa Romeo, però, non poté usare quell'appellativo per molto tempo, a causa di una diatriba con un'omonima merendina, anche se tutti la ricordano lo stesso con il suo nomignolo ufficioso. Tornando a Ginevra, al marchio milanese serviva una degna erede della Giulietta Spider, icona della Dolce Vita, che fece sognare una generazione intera. Affidandosi ancora una volta a Pininfarina, carrozzeria antagonista di Bertone, ne uscì fuori una maraviglia incantevole.

Due posti secchi, tetto in tela da scoprire manualmente e la meccanica della Giulia sotto all'elegante veste. La consacrazione non tardò ad arrivare mentre a farla entrare nella leggenda ci pensò Hollywood, grazie all'innamorato Dustin Hoffman che corre all'impazzata sulla sua Spider rossa nel film Il Laureato. Miti immortali.

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