Gipo Viani, il gigante che regalò Rivera al Milan

Quando litigava faceva paura. Con il «Vianema» anticipò il catenaccio. E vinse tanto con Rocco

Faceva paura lo sceriffo, l'ex parà, ma alla fine ti innamoravi di Gipo Viani, trevigiano di Nervesa della Battaglia, l'omone perfetto per quei tempi, 1.83 per 83 chili, morto per infarto a Ferrara esattamente all'Epifania di cinquant'anni fa.

Lui era l'incubo di molti giocatori con la testa balorda, ma anche di un bambino mascotte del Milan che dopo un derby perso dai rossoneri per una velenosità di Lorenzi lo vide far volare un povero inserviente negli spogliatoi di San Siro mentre infuriava la rissa: Cucchiaroni che cercava di strangolare Veleno, Schiaffino che cercava di separarli colpito alla nuca da un pugno di Invernizzi che fece scoprire un aspetto sconosciuto del grande uruguaiano mentre sfasciava a calci la porta dello spogliatoio. Con i più grossi, tipo Zannier, che cercavano di portarlo via dalla mischia.

Per molto tempo tremavamo quando appariva Viani anche di fianco ad un uomo meraviglioso e rude come Nereo Rocco, nell'epopea del Milan che vinse nel 1963 a Wembley la prima coppa dei Campioni, due fratelli geniali e litigiosi.

Storia da film per l'omone nato nel 1909 a Treviso e morto sessant'anni dopo. Strano non ci abbiano pensato. Russell Crowe, il gladiatore, sarebbe stato l'interprete giusto per una storia ben raccontata da Lorenzo Damiani.

A diciannove anni lascia Treviso in 3ª divisione per andare a giocare con l'Ambrosiana Inter con cui vinse lo scudetto nel 1929, immergendosi nel vizio e nel divertimento. Salta la leva militare vincendo a poker con il superiore, sperpera tutto al tavolo verde, paracadutista per fare qualche soldo in più, centromediano macchinoso, noleggiatore di carrozze e di donnine per compagni di squadra. Quando resta senza niente il presidente federale Barassi gli consiglia di fare l'allenatore e lui rifiuta: «È come consigliare ad un ladro disoccupato di fare il questurino».

Ci ripensa. Prova col Siracusa poverissimo e come diceva lui «senza schei non se zoga e non se magna». Meglio nella ricca Salerinitana, i granata che erano la Torino del Sud, dove inventa il Vianema, schierando il difensore Piccinini con la maglia numero 9 impegnato a marcare il centroavanti avversario, con il terzino Buzzegoli come libero. Criticato, ma vincente, e il nostro calcio vinse tanto col catenaccio come sosteneva Brera contro gli edonisti del tempo facendo anche a pugni con Gino Palumbo.

Si picchia spesso, Viani: denunce e processi, pasteggia a champagne, dopo la Sicilia, Roma, Bologna e poi il Milan. Porta ai rossoneri il bab-bambino d'oro Gianni Rivera come diceva balbettando un po'. Ricordando le sue debolezze di giocatore discreto, di eccellente allenatore, di grande manager, sapeva anche usare la frusta. Quella che usava per ricordare a Giancarlo Bacci che non si poteva sperperare tutto al gioco, come del resto aveva fatto lui troppe volte, la faceva tenere in custodia proprio al giocatore che poi se la prendeva sulla schiena. A parte questo, un grande. Un uomo che non dimenticheremo mai, anche se ci faceva paura.