Haimona, l'azzurro maori Italia sempre più straniera

La nuova apertura proviene dal cuore della Nuova Zelanda E dei trenta convocati di Brunel un terzo arriva dall'estero

Haimona, l'azzurro maori Italia sempre più straniera

Rotorua è la città più maori e più puzzolente della Nuova Zelanda. Maori perché lì anche la benzinaia sembra un pilone degli All Blacks, puzzolente perché in mezzo a parchi e giardini ribollono pozze di fango e zolfo che infestano tutta l'atmosfera. E tra queste pozze, sotto una tettoia, è conservata la più antica canoa da guerra maori di tutto il Paese, una canoa su cui si imbarca idealmente oggi tutta l'Italia del rugby, nella speranza di aver vinto finalmente l'ultima scommessa sul mediano di apertura azzurro, sul regista di una Nazionale che ha perso ben 13 delle ultime 14 partite e deve invertire velocemente la rotta per non tornare nel dimenticatoio dello sport italiano.

A Rotorua è nato e cresciuto Kelly Haimona, ultimo straniero arruolato nelle file del rugby azzurro, ma forse il più pittoresco e lontano dai canoni della nostra nazionalità. Haimona in verità non è il primo maori della storia della nostra nazionale - prima di lui si sono visti Palmer, Griffen e Wakarua - ma i puristi delle razze lo considerano il più autentico, un maori cento per cento, come una volta nel nostro rugby lo erano i veneti o gli aquilani, quando la Nazionale era certamente più povera ma anche più autentica. Oggi invece il ct Brunel affida la cabina di regia a questo ragazzo, scaricato dai club neozelandesi dopo il suo addio a Whakarewarewa e Bay of Planty, e approdato quattro anni fa a Piacenza, poi a Calvisano e alle Zebre, per maturare lo status di equiparato, ovvero di giocatore che - secondo le regole internazionali - può vestire la maglia del Paese in cui gioca e risiede da almeno tre anni. Così Brunel può tentare questa ennesima mossa disperata in una Nazionale che sta ancora inseguendo l'erede di Diego Dominguez e soprattutto sta cercando di uscire dalla scomoda posizione di squadra simpatica e perdente, almeno secondo la descrizione che ne fanno i non addetti ai lavori. Perché in effetti perdente lo è, ma simpatica è ancora tutto da verificare, soprattutto agli occhi dei veri osservanti del rugby, che da questa Nazionale si aspettano qualche piccolo sforzo in più.

Kelly Haimona, alla comunque rilevante età di 28 anni, arriva nel centro nevralgico di questa Nazionale e scopre di non essere nemmeno l'unica eccezione, visto che dei 30 convocati per i test match di novembre (si comincia oggi ad Ascoli contro Samoa, diretta Dmax canale 52 alle 15) più di un terzo sono di origine e formazione rugbistica straniera: 11 per l'esattezza (oltre al neozelandese ci sono gli argentini Aguero, Orquera e Garcia, i sudafricani Chistolini, Biagi e Geldenhuis, gli australiani Furno e McLean, il canadese Barbieri e persino il figiano Vunisa) a cui in teoria andrebbe aggiunto lo stesso capitan Parisse che è figlio di italiani ma nato e cresciuto a La Plata.

Una situazione che sinceramente lascia molto perplessi, non tanto sull'opportunità di utilizzare questi oriundi del nuovo millennio (persino il calcio azzurro, che si vanta di essere potenza mondiale, deve ricorrere ai Thiago Motta e ai Paletta...) quanto sul fatto che evidentemente quindici anni di proventi milionari del Sei Nazioni non sono serviti a creare una scuola sufficientemente valida di giocatori autoctoni. Ma tutti i soldi investiti nelle accademie, nelle franchigie, nei tecnici stranieri, non hanno ancora prodotto un numero sufficiente di azzurri o azzurrini che ci consenta di evitare di trasformare l'Italia in una Nazionale da emisfero australe? Avanti così, invece di Mameli ci toccherà l'haka.

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