I 60 anni dello "Zar" Vierchowod, l'incubo di Maradona e Van Basten

Compie 60 anni Pietro Vierchowod, uno degli stopper più forti di sempre. Figlio di un soldato dell'Armata Rossa fatto prigioniero in Italia, di lui Maradona disse: "Hanno ragione a chiamarti Hulk: ti manca solo il colore verde"

I 60 anni dello "Zar" Vierchowod, l'incubo di Maradona e Van Basten

Rivale di Gullit e Van Basten, Careca e Maradona. E di tutti gli attaccanti che hanno fatto la storia del calcio italiano tra gli anni '80 e '90. Due decenni e passa di carriera ad alto livello con la soddisfazione di avere vinto ovunque. A Roma, quando qualcuno ancora ne storpiava il cognome. Alla Sampdoria, "la squadra della mia vita". E soprattutto alla Juventus, dove a 37 anni mette la ciliegina sulla torta con la vittoria della Champions League. Pietro Vierchowod, lo Zar, soprannome legato al fatto di essere figlio di un soldato ucraino dell'Armata Rossa fatto prigioniero in Italia, compie 60 anni. Traguardo importante per uno dei più forti stopper della storia del calcio italiano, terrore di attaccanti che tremavano al solo pensiero di doversi confrontare con Hulk.

Così lo ha chiamato una volta Maradona. "Una volta gli ero addosso. L’avevo, come si dice adesso, ingabbiato. Si è girato con una piroetta, un tunnel ed è volato via. Io allora sono scattato e l’ho raggiunto e chiuso in angolo e lui si è messo ridere: 'Hanno ragione a dire che sei Hulk: ti manca solo il colore verde'". Una benedizione, quella di Diego, che dice tutto su questo stopper veloce e grintoso, capace ai bei tempi di fare i 100 metri in 11 secondi e dominante in tutti i fondamentali, non solo chiusure e marcatura. Di lui si ricordano gli strappi in avanti a cercare il gol, lanciandosi con coraggio tra le maglie avversarie.

Vierchowod era un gran lavoratore. Suo padre, un ucraino stabilitosi alla fine della seconda guerra mondiale in quel di Spirano (Bergamo), gli aveva trasmesso la cultura della fatica. Prima di diventare professionista, quando ancora giocava nella squadretta del suo paese, alla pratica sportiva affiancava quella di manovale e aiutante idraulico. In mezzo, un fallimentare provino con il Milan. Poco male, perché il non ancora Zar viene ingaggiato dal Como con cui centra due promozioni dalla C alla A. Il suo talento non passa inosservato, a spuntarla è la Sampdoria di Paolo Mantovani che però, ancora in serie B, lo parcheggia prima alla Fiorentina e poi alla Roma, dove a 24 anni Vierchowod vince il suo primo scudetto caricandosi sulle spalle il peso della difesa di Liedholm. Toccava al bergamasco coprire gli spazi lasciati scoperti dal finto libero Di Bartolomei e dai terzini Maldera-Nela. Poco male, visto che tutto questo superlavoro gli apre le porte della Coppa dei Campioni.

Che però non può giocare. Lui che si è laureato campione del mondo in Spagna l'anno prima, pur senza collezionare neppure una presenza, è costretto a "tornare" in maglia blucerchiata. Non sa ancora che a Genova vivrà l'avventura più bella ed emozionante della sua carriera, che successivamente descriverà con queste parole: "La Sampdoria è la squadra della mia vita, di Vialli, Mancini, Cerezo. Di tutti. Era la squadra degli amici e siamo stati un meraviglioso, irripetibile gruppo. Lì ho vinto, è stato fantastico". 1 scudetto, 4 Coppe Italia, 1 Supercoppa Italiana e 1 Coppa delle Coppe. Ma sempre meno di quanto avrebbe potuto fare altrove, come al Milan. Nel 1990 il presidente Berlusconi aveva quasi convinto il suo collega Mantovani a cederlo ma alla fine, come già successo tempo prima con Vialli che in diretta tv aveva detto di avere "firmato per noi" - cioè per la Samp - non se ne fa nulla.

Un filo che si riannoderà qualche anno dopo, quando il vecchio Zar arriverà a San Siro alla veneranda età di 37 anni con le stimmate di campione d'Europa con la Juventus, sogno, obiettivo centrato ai rigori nel 1996 al termine della sua unica stagione con la Vecchia Signora. Vissuta da protagonista grazie all'intuito e alla bravura del tecnico bianconero Marcello Lippi, che lo schiera nelle partite più importanti affidandogli le chiavi di un pacchetto difensivo formato da gente come Ferrara, Pessotto e Torricelli. Ma il tempo passa per tutti, persino per un imperatore come Vierchowod. Lasciato libero dalla Juventus, lo prende il Perugia ma il litigio con Galeone lo induce a liberarsi nuovamente per accettare l'offerta del Milan, orfano degli olandesi e di Fabio Capello. Un anno in rossonero basta e avanza ma lo Zar gioca per altri tre anni nel Piacenza degli italiani che si salva due volte.

A 41 anni Vierchowod dice basta. Aveva accarezzato l'idea del ritiro qualche tempo prima durante un incontro con l'amico-nemico Van Basten. "L'ho visto a Montecarlo. Era in piscina con la bambina e mi ha chiesto: 'Ma tu giochi ancora?' Era triste, è stato imbarazzante. Lui si era ritirato a 29 anni, io ne avevo 40 ed ero ancora in pista. Marco è stato il numero uno: quando era in giornata diventava devastante, immarcabile. Anche per me, lo ammetto", ha confessato una volta lo Zar. Che dopo avere appeso gli scarpini al chiodo ha provato a fare l'allenatore, ma con scarso successo. Anche in Nazionale non è andata benissimo, con il rimpianto di avere respinto l'offerta di Sacchi di fare da riserva a Baresi ai mondiali del 1994, dove avrebbe giocato almeno fino alla finale di Pasadena a causa dell'infortunio al menisco subìto dal capitano rossonero prima del suo recupero lampo per il Brasile.

Poco male. Pietro Vierchowod rimane e rimarrà sempre lo Zar. Tanti auguri.

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