Un idolo che aveva bisogno d'aiuto. Mi stupiva la velocità di pensiero e gioco

Non è facile parlare di Diego. È facilissimo ricordarlo ma diventa complicato addentrarsi in tutto quello che lo ha riguardato fuori dal campo di gioco. Dunque preferisco soffermarmi sul campione assoluto, su quello che ho conosciuto, che ho affrontato. Maradona è stato un calciatore immenso, personalmente l'ho scoperto, anzi lo abbiamo scoperto, il venticinque giugno del 1979. A Buenos Aires la Fifa volle celebrare il titolo mondiale dell'Argentina e io venni convocato nella rappresentativa del resto del mondo. Il mio, il nostro allenatore era Enzo Bearzot. Maradona aveva diciotto anni, non aveva fatto parte della squadra campione ma si presentò con questi compagni Fillol, Olguin, Galvan, Passarella, Tarantini, Gallego, Ardiles, Houseman, Luque, Valencia, il loro allenatore era Luis Cesar Menotti. La nostra rappresentativa Fifa prevedeva, Leao, Kaltz, Krol, Pezzey, Cabrini, Tardelli, Asensi, Causio, Paolo Rossi, il sottoscritto, Boniek e, tra le riserve, Zico e Toninho.

Ebbene, Marco Tardelli prese il cartellino rosso per la marcatura su Diego che poi passò sotto i tacchetti del tedesco Kaltz, fu il segnale che oltre allo spirito poco amichevole della partita, Maradona aveva tutto per diventare quello che seppe poi diventare. Aveva un piede sinistro eccezionale ma soprattutto una velocità di pensiero e una sveltezza di movimento come nessuno al mondo. Non ci sbagliammo allora così come non ci sbagliammo in seguito, assistendo a quello che Diego ha saputo conquistare con le sue qualità esclusive. Non posso dire che siamo stati amici ma nemmeno nemici, almeno da parte mia l'ho sempre rispettato, ho capito le sue origini, la sua voglia di riscattarsi, il suo amore, uguale al mio, per questo gioco fantastico. Maradona è stato un genio e come tutti i geni è impossibile descriverne tutte le doti, perché se ne aggiungono altre e altre si dimenticano. Posso anche dire, però, quello che è stato il suo peccato: non è stato mai veramente aiutato, sia in Argentina, sia a Napoli. Hanno preferito idolatrarlo invece di stargli vicino e così tenerlo distante da certi errori. Questo è stato il suo limite, l'avversario cattivo che nessuno ha mai voluto e saputo espellere e con il quale ha convissuto e non per colpe esclusive di Diego. Ho conservato la sua maglietta numero 10, quella del Napoli e l'ho regalata a mio figlio Laurent, perché resti un ricordo, un segnale forte di un'epoca bella che abbiamo vissuto assieme, Diego e io, da avversari sul campo, leali, corretti ma, lo ripeto, mai da nemici. Mi resta la tristezza forte e sincera della sua scomparsa.

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