Lassù dove osano le aquile Nibali padrone della corsa

Lassù dove osano le aquile Nibali padrone della corsa

nostro inviato all'Altopiano del Montasio
Baronetto, faccia il piacere. Avrà pure vinto l'ultimo Tour, avrà ricevuto le onorificenze di Sua Maestà, ma il Giro è un'altra cosa. Non ha fama e solennità di Francia e Inghilterra, ma è la corsa più complicata e più dura del mondo. Non ci sono dubbi, è una certezza. Qui non esistono ampi spazi, lunghi vialoni, salite armoniche: qui è tutto vertigine e acrobazia, curve e controcurve, pendenze e picchiate. Baronetto, dia retta: forse il Giro d'Italia - persino questo Giro 2013, meno feroce e più cronometroso di altri - non è cosa per Bradley Wiggins.
Baronetto, il primo indizio: arrivando a Pescara, una caduta sotto la pioggia fa dire a tutti che soffre le discese bagnate. Però vedrai a cronometro. Difatti, il giorno dopo, il secondo indizio: nella crono di Saltara, non vince la tappa e soprattutto non guadagna niente su Nibali. Commento a latere: non era una cronometro per Wiggins, percorso troppo frastagliato, lui ha bisogno di rettilinei pianeggianti. Però vedrai in salita. E siamo al terzo indizio: arriva la prima vera montagna, lassù dove osano le aquile e dove fanno il formaggio buono, ma Wiggins cede ancora. Vince il suo compagno Uran, un caro compagno che ha tutta l'aria dell'avversario, lui resta di nuovo indietro. Proprio quando la corsa s'infiamma, sull'ultima salita, Wiggins rimane col cerino in mano. Altro tempo perso: anche se c'è un sole caraibico, anche se non ci sono più le scuse buone del diluvio e della paura in discesa.
Baronetto, diciamo noi italiani che tre indizi fanno una prova. Se non vogliamo ancora chiamarla prova, è quanto meno una sensazione piuttosto chiara: se ne faccia una ragione, il Giro non è cosa per Baronetti.
Il Giro è affare per gente completa, per fachiri totali, che non temono salita e discesa, sole e pioggia, curve e sterrati. Il Giro è una maledetta faccenda, probabilmente più per il compagno Uran, un colombiano che non nasce oggi, ma che anzi è ormai pronto per non fare più il gregario. Non lo farà l'anno prossimo, quando lascerà lo squadrone Sky per correre in proprio, ma già si sta portando avanti, lasciandosi indietro proprio il capitano Wiggins. L'idea che da qui in avanti il vero signore del Dream Team col decoder non sia più il Baronetto, ma proprio questo colombiano che non vincerà mai un concorso di bellezza, ecco, questa idea stramba non sembra più tanto stramba.
Una cosa è certa: il Giro d'Italia è affare per Vincenzo Nibali. Tappa dopo tappa, il siculo rosa acquisisce e dimostra sempre più sicurezza, sempre maggiore personalità. Nel giorno in cui devono attaccarlo, lui si difende bene e segna in contropiede, strappando preziosi abbuoni a metà percorso e sul traguardo, segno di forza e di concentrazione assolute. «Era una giornata importante - dice - e io sono riuscito a guadagnare secondi importanti. Mi aspetta ancora un grande lavoro, ma sull'Altopiano ho aggiunto un altro mattone».
Soltanto Evans, il valoroso Evans, che chiude la massacrante giornata pedalando simpaticamente sui rulli, salva la sua bella classifica stando in coda a Nibali. Gli altri ci lasciano la zampa. Paga Wiggins, paga Gesink, paga Scarponi, paga Sanchez. Quanto a Hesjedal, il vincitore dell'anno scorso, ci mette una croce sopra con un ritardo dantesco di oltre 20'.
Cosa dobbiamo concludere, che il Giro di Nibali è già in banca? Nemmeno per sogno. Cioè: il sogno esiste e si conferma sempre più realizzabile. Non siamo più nel genere fantasy, siamo nel realismo puro. Ma bisogna ancora lavorare duro. Deve arrivare il peggio del peggio, anche se questo maggio glaciale rischia seriamente di spazzare via dal programma molte cime mitologiche.
Le cime del «Processo», altrettanto mitologiche, lo chiedono a Pozzovivo, che tempo ci aspetta. Non riescono neppure a inventarsi un bel servizio meteo con i colonnelli di casa Rai. Troppa fatica. Baronetti pure loro. Facciano il piacere pure loro.

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