La lezione del Bayern: così si diventa anti Juve

Andrea Agnelli che, dalla tribuna, fotografa la Champions fra le mani dei tedeschi, è l'unico momento in cui ricordare che il calcio fa tornare bambini. Poi, certo, meglio fissare le immagini e le idee se si vuol imitare il Bayern. Nel fiume di melassa e banalità che seguono, e inseguono, ogni squadra che vince la Champions, per una volta si può dire davvero che il Bayern è un caso, una squadra, una società da imitare. Direte: facile con i milioni a disposizione. Non solo. Stavolta la finale Champions ci ha ricordato una regola di vita non sempre a costo zero: non mollare mai. Non ha mollato “cioccolatino” Robben il mangia gol e si è ritrovato a segnare quello della vita, non hanno mollato squadra e società dopo due finali perse con l'amaro in bocca (Inter e Chelsea) e dopo aver spesso divagato tra finali e semifinali. E dunque era orgoglio quello che ha guidato l'idea scritta sulla maglietta mostrata ieri scendendo dall'aereo: noi siamo la Champions. Eppure il Bayern e i suoi dirigenti, subito dopo la sconfitta dell'anno passato, dissero: niente paura, ricominciamo. E così ieri, dopo aver messo la mano sulla coppa: il futuro è già cominciato. Pep Guardiola è sull'uscio, ingaggiato ancor prima di sapere come sarebbe finita la stagione. Heynckes messo da parte senza dubbi, in nome di un interesse ritenuto superiore e di un allenatore ritenuto più bravo. Poi sarà da vedere, ma intanto...
Invece vedete un po' da noi: l'Inter vinse la Champions (appunto contro il Bayern) e la notte stessa si vide salutata con scarso buon gusto da Mourinho. Da quel momento cominciò il crollo, i soliti errori di Moratti e compagnia di giro. A Monaco hanno anticipato il futuro e il destino. L'Inter se ne fa trascinare (spesso a fondo). Il Bayern ha già acquistato giocatori e messo in preventivo di ringraziare qualcuno degli eroi: uno tra i bisbetici Robben e Ribery. L'Inter è rimasta aggrappata ai suoi fino all'autodistruzione. Parliamo di Inter perché è il caso più eclatante. Il Milan ha gestito meglio la discesa verso le nostre miserie di campionato. Ma ne è rimasto ugualmente ingabbiato: ha creduto fino allo stremo ai senatori e oggi sta goffamente risolvendo il caso della panchina.
Vedere Agnelli fare fotografie e, magari, sognare a occhi aperti è un buon auspicio per il calcio italiano. Per il momento la Juve è la meno italiana delle nostre grandi squadre, anche nei comportamenti. Forse non è un caso che abbia bissato lo scudetto e si proponga per un terzo giro. Ma conta l'Europa. E il Bayern insegna. Chiusa la Champions, e senza essere pessimisti come Conte («Passeranno anni perché una italiana torni a vincerla»), sarà il caso che il calcio nostro si restituisca all'antagonismo Milano-Torino. Ma che sia lotta vera, non solo per acchiappare un posto Champions. Milan e Inter devono tornare ad essere le naturali avversarie della Juve per la conquista dello scudetto. Inutile illudersi con Napoli, Roma o Fiorentina. Senza quel trio, il nostro pallone rimane una cenerentola europea.
Oggi Inter e Milan si aggrappano all'idea di un allenatore con la bacchetta magica: da qui il primo errore. Conta cominciare e ricominciare, senza rappezzare: leggi Bayern. Contano i giocatori, più del tecnico. Berlusconi lo spiegò a Sacchi: non dovrebbe essersene dimenticato. Moratti lo ha imparato con la Grande Inter e con quest'altra appena sbaraccata. Meglio un Robben che un pallino su Stramaccioni. Meglio un grande regista in campo che un grande giocatore in panca (Seedorf). Ieri Borussia-Bayern ha portato 22 milioni e mezzo di tedeschi davanti al video in Germania: un record. Da noi - che siamo molti meno - il record, fra club, lo detiene Milan-Juve 2003 (20 milioni). Lo dicono anche i numeri quale sia la medicina. Non c'è nemmeno bisogno delle foto di Agnelli.

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