Cavendish, il più italiano del Giro british

L'inglese vince un'altra volata e si lascia andare: "Qui c'è più fascino che al Tour"

Cavendish, il più italiano del Giro british

dal nostro inviato a Margherita di Savoia

Singolare fenomeno: nel Giro d'Italia che parla fanaticamente l'inglese, maccheronando con "front of the peloton", "maglia rosa group", "San Paolo stadium", c'è un inglese che si ostina a parlare italiano. Mark Cavendish è il velocista più forte del mondo, viene dall'Isola di Man, eppure ad ogni occasione prova di buon grado a omaggiare questa nostra lingua negletta, in fase di disuso e smantellamento lungo le strade della sua manifestazione più antica e più popolare.

«Grandei la mia squadrai - si sforza di pronunciare Mark -, oggi tuttou perfettou, al centou per centou: sono moltou felicei». Mentre noi rinneghiamo le radici per vendere il prodotto sui mercati internazionali (ma basterebbe mettere le doppie didascalie, in fondo), i campioni angolofoni adorano il patrimonio della nostra italianità. Come Wiggins, anche Cavendish colleziona Lambrette.

Come tutti gli inglesi, divora la nostra cucina. In Italia ha pure vissuto (Toscana), per imparare il mestiere. Al Giro non vuole mancare mai, cascasse il mondo. Coltiva questa estetica della nostra corsa: «Amou l'Italia e il Girou, hanno moltou più fascinou del Tour». Forse, dall'Italia ha assorbito anche un po' di sentimento, almeno un pizzico in più. Quando sale sul palco per la premiazione, il primo gesto è ad alto contenuto emozionale: alza al cielo il numero 108, il numero che qui al Giro nessuno mai più indosserà, perché quel numero si è fermato due anni fa lungo una discesa ligure, insieme al ragazzo che lo portava sognando una vita da campione, Walter Weylandt. C'è un grande applauso, si sono le lacrime degli amici. Il Giro ha anche questo di umano: tutto passa, ma nessuno dimentica nessuno.

Il resto della giornata sta scritto nella segreta ossessione del nostro baby volante, il migliore della sua generazione, quell'Elia Viviani che anche qui in Puglia allunga l'infinita collezione di secondi posti. Potrebbe farne una malattia, ma la pesa nel modo più saggio: «Cavendish è il più forte, io posso solo insistere e aspettare che prima o poi commetta un errore…».

C'è molta calma olimpica in Giro. Ne vende a quintali il popolare Wiggins, superfavorito del gruppo, attesissimo giustiziere nella monumentale - e sfacciatamente personalizzata - cronometro di domani a Saltara. A trenta chilometri dal traguardo di Margherita, Sir W. finisce coinvolto in una gigantesca - e stupidissima - caduta generale, lasciandoci intorno al minuto. Niente panico, siamo inglesi: il Baronetto ferma la squadra e tranquillamente rientra in gruppo, dove peraltro avversari altrettanto tranquilli e soavi si risparmiano carognate e aspettano il ricongiungimento.
La giornata si chiude cullando il sogno che lui possa sdebitarsi proprio a Saltara, aspettandoli a sua volta. Ma è un sogno impossibile. Svanirà all'alba. Diventerà un incubo.

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