L'onda nera travolge l'Italrugby È la solita triste palla ovale

Non si vede l'effetto O'Shea. Gli azzurri fanno da pubblico e mancano talenti. Neozelandesi padroni oltre il consentito

Paolo Bugatto

Roma Hanno festeggiato solo gli All Blacks. 68 a 10 contro l'Italia, dieci mete a una, quella di Tommaso Boni che arriva quando ormai è troppo tardi. La marea nera ha travolto il rugby azzurro passando un colpo di spugna su quelle che erano state le attese della vigilia condite dalle incoraggianti parole di capitan Parisse. E invece dai blocchi di partenza non ci si è mossi di un millimetro. Al di là del valore degli avversari, l'Italia non si è schiodata dal solito clichè. Si è vista poco la trama di O'Shea, colpita a freddo da una Nuova Zelanda capace di leggere in anticipo le strutture italiane e marcare la differenza con un monologo che per l'Italia somigliava tanto al teatro dell'assurdo. Già perché quella che doveva essere di fatto l'arma d'elezione per cercare di fermare i campioni del mondo, è apparsa subito spuntata. Contro la difesa azzurra, il temino gli All Blacks lo svolgono in maniera esemplare. Un filo di acceleratore basta per recuperare l'ovale e attaccare gli spazi. Giocano in scioltezza, fanno la differenza sull'uno contro uno e tagliano la retroguardia italiana come il più classico panetto di burro. L'Italia mostra i suoi limiti dalla mischia, alla rimessa laterale. Pochi palloni, poche idee da disegnare sull'erba dell'Olimpico nelle rare volte in cui l'ovale transita per le mani di Carlo Canna. Sul campo la presenza azzurra è di circostanza e per gli All Blacks i pericoli arrivano solo quando una distrazione innesca la rivalsa dei padroni di casa.

Ma sono solo flash nel pomeriggio in nero dell'Olimpico. C'è appena il tempo di applaudire l'haka ed ecco che comincia la danza a suon di mete dei tuttineri. Prima Fekitoa, poi nell'ordine Famuina, Tuipolutu, Israel Dagg e Crockett per chiudere partita e incontro prima di andare al riposo (35-5). Poi nella ripresa ecco Tuilua, ancora Fekitoa, Dixon, Ioane e Naholo per archiviare la pratica Italia e rimettersi in carreggiata dopo la sconfitta di una settimana fa a Chicago contro l'Irlanda.

E la nuova Italia che doveva sbocciare nella partita perfetta contro i primi della classe? È rimasta chiusa nello spogliatoio, lontana anni luce dal carattere mostrato in altre occasioni. E non deve essere un alibi il fatto che si sia giocato contro i primi della classe. Gli All Blacks sono di un altro pianeta, ma anche contro i marziani la filosofia del rugby non permette che ci si limiti a guardarli dalla finestra. Gli azzurri di O'Shea hanno fatto soprattutto questo. Hanno subito sulle fonti del gioco e senza palloni non sono riusciti neanche a pizzicare la scorza dura dei neri degli antipodi. Questione anche di carattere, cosa di cui O'Shea dovrà tener conto. Il suo è un lavoro di ricostruzione di un sistema che deve partire dai giocatori. A parte le dovute eccezioni, a questa Italia oggi mancano i talenti. Te ne accorgi quando provi a scalare l'Everest, non certo quando a fine stagione affronti e batti Stati Uniti e Canada. È con le grandi che capisci quanto sei lontano dalle migliori espressioni del rugby moderno. La fiducia di Parisse rischia di non bastare. Gli All Blacks ieri hanno ribadito il nostro ruolo di secondo piano nel mondo del rugby. Ci siamo illusi di poter restare attaccati al treno delle grandi. Oggi la locomotiva è lontana e non sarà facile riagganciarla. Il capitano è convinto che con O'Shea ed i suoi metodi ci prenderemo parecchie soddisfazioni. Sarà così ma la sfida di oggi ha lasciato intatti i dubbi che ci siamo trascinati dall'ultima partita dell'era Brunel. Il tempo ci gioca contro. Tra una settimana a Firenze saranno di scena gli Springboks sudafricani. E riscattare l'anonimato dell'Olimpico diventa per l'Italietta una sorta di minimo sindacale.

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