L'ultima intervista: "Gli stadi vuoti? Un cimitero"

Aveva ancora un sogno Diego, ma non poteva più realizzarlo. Lo aveva confessato a France Football il giorno del suo sessantesimo compleanno

Aveva ancora un sogno Diego, ma non poteva più realizzarlo. Lo aveva confessato a France Football il giorno del suo sessantesimo compleanno: «Vorrei segnare un altro gol all'Inghilterra, ma questa volta con la mano destra». D'altronde non si poteva certo vergognare della Mano de Dios che ha cambiato la storia del calcio. E poi, come non si dimenticava mai di far sapere, «io sono tutto di sinistra: di piede, di fede e di cervello». Maradona si era incarnato nel Dio dei poveri che predicava col pallone, un dio un po' radical chic che aveva nel popolo che era la sua claque personale e internazionale pronta a perdonargli tutto. Perché in fondo lui è stato un sogno per molti. Maradona era megl'e Pelè.

Così la gente è stata l'oggetto delle sue parole, nell'ultima intervista che il Clarìn ha ritirato fuori appena giunta la notizia della sua morte. Un breve batti e ribatti via mail su calcio ai tempi del Covid, nella quale Diego è uscito con una frase che descrive la sua vita: «A volte mi sono chiesto se le persone avrebbero continuato ad amarmi, se avrebbero provato per sempre le stesse cose». Un po' come vivere in un eterno reality, ben sapendo che nessuno l'avrebbe mai eliminato dal piedistallo: «Quando sono tornato in Argentina per allenare il Gimnasia, il giorno della presentazione ho sentito un amore che non finirà mai». È il potere del calcio («sulla mia tomba? Quando sarà scrivete: Grazie pallone») del campione assoluto che più di tutti ne ha incarnato lo spirito fatto di bellezza e furbizia. E di passione: «Anche se andassi a un matrimonio vestito di bianco disse una volta non ci penserei un attimo a tuffarmi nel fango se ci fosse un pallone in giro». Senza problemi né rimpianti, perché alla fine quel pallone gli ha dato tutto, soprattutto una ragione per vivere: «Il calcio mi ha dato più di quanto potessi immaginare ha risposto al Clarìn - e se non avessi avuto quella dipendenza avrei potuto giocare molto di più. Ma oggi è passato, sto bene e quello che rimpiango di più è non avere i miei genitori. Esprimo sempre questo desiderio, un giorno in più con mia madre Tota, ma so che dal cielo è orgogliosa di me e che è stata molto felice». L'ha raggiunta ora, con il suo ultimo pensiero dedicato per il suo Paese, meraviglioso e disgraziato: «Quanto sta succedendo in Argentina mi addolora. Mi dispiace molto quando vedo bambini che non hanno abbastanza da mangiare: so cosa significa avere fame, so cosa si prova nella pancia quando non si mangia per diversi giorni e questo non può succedere nel mio Paese. Mi fido Vladimir: sono sicuro che grazie a Putin presto avremo un vaccino». Lo vedrà dall'alto, perché di sicuro che è lì che è finito dopo aver nominato il suo erede: «Leo Messi è il migliore, gioca come Gesù». E forse era il momento, in un calcio senza più veri Dies e senza popolo: «Gli stadi senza pubblico? È un po' come andare al cimitero».

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