"La mia vita spesa fra talento e rimpianti. Questa Nazionale è come una rivincita"

Il ct a cuore aperto. Dal peso dell’Europeo al Mondiale, dal rapporto con i genitori e i soldi "rubati a mamma..." al provino passato col Milan che gli inviò l’ok all’indirizzo sbagliato e... "Così non ho mai giocato in una big"

Via Montenapoleone a Milano, lusso e facce note, freddo da neve: Roberto Mancini passeggia tra un selfie e l’altro. Ct conosciuto e riconosciuto. Visti i sorrisi, anche apprezzato. È la rendita di un anno vissuto (calcisticamente) meravigliosamente.

Mancini, ha già conosciuto il miglior anno della sua vita?

«Perché mai sceglierne uno? Sono già felice di quello che ho avuto da giocatore e allenatore. Le cose che devono accadere, accadono. Bisogna solo indirizzarle. Ed io ho avuto la fortuna di fare quello che volevo».

Come sarà il prossimo anno?

«Questo è un caso particolare. Come ct sento sulle spalle il peso di tutta l’Italia sportiva e non. L’Italia non vince l’europeo di calcio da una vita. La speranza è che sia una estate molto bella».

Lei non si tira mai indietro: ha detto che spera di vincere europeo e mondiale...

«Perché no? Sognare costa niente».

A proposito di europeo, le sembra che l’Europa del pallone rispecchi l’Europa che stiamo vivendo?

«L’Europa del calcio forse è meglio. Le squadre giocano bene e divertono. E, dopo 50 anni, sarebbe bello ritrovare l’Italia campione d’Europa. Se guardo al resto spero che l’Europa metta in condizione gli Stati di vivere meglio e aiuti di più Paesi e persone in difficoltà».

Torniamo ai fatti del signor Roberto Mancini, figlio, calciatore, allenatore, genitore: faccia una classifica del migliore in campo.

«Direi: 1) figlio; 2) calciatore; 3) genitore; 4) allenatore».

Spiegazione?

«Figlio: ho avuto la fortuna di avere due genitori perbene. Sono riusciti a indicarmi la strada giusta, nonostante sia andato via da casa a 14 anni. Era difficile farcela. Calciatore: credo di aver fatto divertire ed essermi divertito. Genitore: nonostante il lavoro, spesso andavo via, e per quanto sia difficile essere genitori, credo di essere stato discreto fino ad oggi. Allenatore: ultimo in classifica perché quello che fai purtroppo non dipende più di tanto da te. L’allenatore ha meriti, ma dipende da altri per essere decisivo».

Quando dice calciatore, si avverte sempre un rimpianto...

«Vero, la cosa che mi spiace di più: non esserlo ancora. Vorrei tornare indietro e ricominciare a giocare calcio. È una delle cose più belle della vita: quello che un bimbo desidera da piccolo. Come dice il Papa: butta la palla in mezzo e arrivano i bambini. E se diventa un lavoro, sei fortunato perché è ciò che ami di più. Poi c’è la bellezza dei gesti tecnici: è un piacere giocare contro calciatori di grande livello».

Quindi, a Natale, nella letterina chiedeva...?

«Sempre un pallone di cuoio e le scarpe da calcio. Arrivavano sempre. E quando ho capito che babbo Natale era papà, andavo a frugare, qualche giorno prima, per vedere se i regali c’erano. Ma lui era bravo a nasconderli. Non vedevo l’ora di usarli».

Mamma Marianna e papà Aldo erano d’accordo sul suo futuro?

«Mamma è sempre stata la più severa, comandava lei. E si arrabbiò molto quando andai via: papà aveva fatto tutto di nascosto. Mi ha sempre appoggiato, voleva fare il calciatore da giovane. E quand’ero piccolo diceva: diventerà un giocatore».

Quindi contenti, ma con magone?

«Certo, andare via così giovane è stato difficile: per me e per loro. A settembre compii 14 anni, a novembre ero a Bologna: non che fosse così lontano, ma allora le distanze erano diverse. I genitori lavoravano. Vedo io con mio figlio che abita a Miami: è dura, ci vediamo una-due volte l’anno».

Da bambino quale è stata la peggior marachella?

«Quando rubavo 200-300 lire alla mamma per comprare le figurine dei calciatori: costavano 10 lire al pacchetto. Niente di più».

Sarebbe d’accordo anche il parroco della chiesa di Jesi? «Il parroco che si chiamava don Roberto, guarda il caso, diventava matto perché usavamo il sagrato per le partite di pallone, mettendo le porte e ogni tanto qualche pallone sbatteva ovunque. Alla fine anche lui si è rassegnato».

Raccontandosi ha scritto: “il numero 10 nel mio destino”.

«È il numero dei grandi giocatori degli anni ’70 quando ho cominciato a guardare calcio: c’era Pelè. Poi penso a Maradona e Platini. È destinato a giocatori di talento, estro. Ed io ho sempre avuto grande talento».

E ora come fa ad avere il 10 nel destino?

«Ora non dipende da me, sul campo decidono i giocatori. Però cerco di avere l’intuizione per impiegare l’uomo giusto, immaginare che uno possa farcela in un certo ruolo, magari pescare quello che può risolvere».

Da allenatore, ha il talento del 10 nel valutare i giocatori...

«Una qualità che mi è sempre appartenuta, anche quando consigliavo i presidenti. Magari non ci azzecco sempre, però capisco velocemente se un giocatore è bravo o meno, se potrebbe diventare qualcuno».

Con lei stava per azzeccarci il Milan. Invece?

«Fu una storia strana. I club mandavano in giro i talent scout. Una società di Jesi organizzò un provino per i ragazzi della zona. Il Milan inviò Tessari, l’uomo di fiducia di Liedholm. Mi apprezzò, e il Milan spedì una richiesta per farmi arrivare a Milanello. Però indirizzò al Real Jesi, che aveva organizzato il provino. E non all’Aurora, la mia società. Nessuno ci disse niente. Qualche settimana più tardi andai a Bologna».

Un peccato?

«Una grande occasione mancata. Era una squadra di vertice. Ed io ho vissuto la carriera in club, Bologna, Sampdoria, Lazio, non di vertice. Ma se le cose devono accadere, accadono. A Genova ho avuto la fortuna di incontrare Mantovani: stare sotto di lui tanti anni è valso come vincere in club titolati. Solo chi lo ha conosciuto bene può dire quello che era».

Appunto, com’era?

«Fantastico! Avanti 30-40 anni rispetto ad altri. Capiva tutto in anticipo, aveva rispetto, sapeva trattare le persone. Ha creato qualcosa di irripetibile. Quella Samp è irripetibile e solo lui ci poteva riuscire. Mi ha preso a 17 anni e ha insegnato tanto: a quell’età fai errori ma sono cresciuto bene».

Pentito di qualche errore? Si è mai dato del pirla, come direbbe Mourinho?

«Me lo sono dato quando non ho chiesto scusa a Bearzot nel 1984 e quando ho detto no a Sacchi, che non volevo tornare in nazionale nel 1994. Alla fine ti penti sempre».

Ora con la nazionale gioca una sorta di rivincita?

«Mi spiace non aver vinto niente, per le qualità che avevo io. Ho giocato in una delle under 21 più forti che mai e, nel 1986 contro la Spagna, abbiamo perso ai rigori una finale irripetibile. Quella squadra poteva fare filotto, proseguire nel tempo: a volte non vince il migliore. Ora la speranza è di riprendere quella cosa che abbiamo lasciato».

Fra tante parole sentite su di lei, quale è rimasta in testa?

«Mantovani mi disse: spera di avere un figlio come te. È vero che mi voleva molto bene, ma non faceva sconti: ti diceva le cose in modo duro. Credo lo pensasse davvero».

Ce l’ha fatta?

«Non so, i miei figli sono tutti bravi».

Alla Samp, nel famoso club di Biancaneve e i 7 nani, lei si fece chiamare cucciolo. Perché?

«Ero il più giovane arrivato alla Sampdoria».

Quattro persone alle quali sarà sempre legato?

«Mantovani in assoluto, la persona più importante per tanti giovani della Samp; i 3-4 allenatori che ho avuto al Bologna. Era il momento più difficile per un ragazzo, mi hanno aiutato ad esprimermi e insegnato la vita: Burgnich che mi ha lanciato, Perani e Fogli che mi hanno preso, Bonini il meno conosciuto; infine penso ai miei compagni della Samp».

Oggi, come allenatore, è diventato zen?

«L’esperienza serve a far capire che le critiche sono parte delle regole del gioco. Devi essere in grado di accettarle. Devi trovarti pronto a tutto: assunto dalla squadra più grande o esonerato senza motivo, perché fai giocare male o bene. Ci sono cose che ti vanno male e non sai perché. E’ anche la bellezza del calcio. Guardate il Napoli: come mai va così?».

La vita da ct è diversa?

«Devo stare attento a tenermi in forma fisicamente. Mangio un po’ meno, mi alleno: gioco ogni giorno a paddle. Il periodo peggiore è fra dicembre e marzo, sono mesi lunghi, non posso allenare, stare con i giocatori: il divertimento è quello».

Comunque ha ottimi ricordi da allenatore di club?

«All’estero belle esperienze: devi adattarti alla mentalità, conosci giocatori di ogni tipo. Ho debuttato nella Lazio ed è stata una soddisfazione: quello che volevo dopo averci giocato. All’Inter ho vinto il primo scudetto. Ma il titolo con il Manchester City, dopo 44 anni di attesa, è stato bellissimo».

E dovesse scegliere un ricordo indelebile?

«Conquistare la Premier all’ultimo secondo ti rimane dentro. Ti mette i brividi, perdevi e in due minuti fai 3-2 e ribalti tutto. Non solo: quell’anno siamo andati a vincere a casa dello United 6-1. Zittiti i tifosi del Manchester che sfottevano quelli del City: abbiamo cambiato il corso della storia».

Quale rapporto ha con la religione?

«Sono cattolico praticante e prego perché il mondo torni ad essere migliore rispetto a com’è diventato. Il mondo è così bello, vario, grande che tutti potrebbero vivere in pace godendosi la bellezza dell’universo».

Una visione molto ottimista...

«La speranza è che torniamo ad essere più buoni perché di base lo siamo. Sono cresciuto in una parrocchia, ho visto miei compagni di infanzia finir male. È un attimo prendere la direzione sbagliata. Continuo a pensare che le persone per bene sono più di quelle che non lo sono».

Siamo buoni, ma col razzismo...

«I razzisti ci sono ovunque. E penso che l’italiano non sia razzista. Forse siamo diventati più duri di cuore, più ruvidi. E, allora, bisogna fare cose concrete per estromettere quelli che lo sono. Il calcio è sport e va trattato come tale: gli atleti si battono per divertire il pubblico e per divertirsi».

Appunto divertirsi: quali calciatori l’hanno ispirata?

«Bettega, perché tifavo Juve da piccolo. Platini perché era bravo, un numero 10, uno dei primi stranieri quando ho iniziato a giocare. Poi Maradona e Ronaldo dell’Inter. Mi dicono fosse grande Suarez ma non l’ho mai visto. Pure Rivera...».

Lei si diverte anche al mare. Ha un hobby per la nautica.

«Barca e mare significano libertà. Vado in Sardegna ed è l’unico posto dove trovo libertà e relax».

Invece che dire della nazionale da portare agli europei?

«Che andasse così bene non credevo. Credevo nel mio lavoro, speravo di metter insieme 21 giocatori. Non pensavo di trovarne così bravi, e molti di più, in breve tempo. Si è creata un’atmosfera: i più giovani volevano emergere e nessuno gli dava totale fiducia. Ora sarà difficile scegliere».

Per chi tiferà Mancini nel 2020?

«Per il Papa, per Mattarella. Per il Re di Giordania, perché la situazione è difficile. Però mi sembra una delle poche persone che cercano di mettere a posto le cose».

E nello sport?

«Per tutti gli italiani: tennis, golf, nuoto, atletica, paraolimpiadi. Mi ha fatto gran piacere vedere due club campioni del mondo della pallavolo, una è anche marchigiana».

Poi tiferà per la nazionale di calcio...

«Sono gli altri che dovranno fare tifo per noi. Mi piace questo europeo giramondo. Faticoso organizzarlo per l’Uefa ma sarà bello portare buon calcio in Paesi che, magari, non vedono spesso grandi nazionali. E, ripeto, a noi sognare costa niente. Solo se sogni puoi arrivare alla meta».