Niente Davis, ma ora potenza mondiale

L'Italtennis al maschile in crescita: tanti talenti giovani, 19 giocatori nei primi 200

Niente Davis, ma ora potenza mondiale

Niente paura, è solo l'inizio. E il fatto che poi la Davis l'abbia vinta proprio il Canada (sono bastati i due singolari contro l'Australia) è solo una piccola consolazione di un anno sfortunato ma comunque positivo.

La prima notizia è che l'Italia avrebbe potuto vincere il trofeo più affascinante del tennis, nonostante non sia più quello di una volta e nonostante si sia presentata senza i due migliori (salvo poi tirar fuori Berrettini dal cilindro nel doppio come mossa disperata). La seconda, invece, va oltre a una manifestazione che rappresenta un'eccezione nella vita di un tennista, e viene confezionata dai numeri che raccontano il progresso inesorabile del movimento maschile su tutte le superfici: nella storia dei tornei Atp gli azzurri ne hanno portati a casa 81 e ben 13 di questi sono arrivati negli ultimi due anni, 6 nel 2022. Ovvero due sull'erba (Berrettini a Stoccarda e Queen's), due sulla terra rossa (Musetti ad Amburgo e Sinner a Umago), altri due sul cemento (Sonego a Metz e ancora Musetti a Napoli). Se poi vogliamo aggiungere gli Slam, con la semifinale in Australia di Matteo, i quarti di Jannik a Wimbledon e ancora i quarti di entrambi a New York, il quadro è completo. E gli inevitabili rimpianti possono essere solo il punto di partenza di un futuro ancora migliore.

E allora: l'Italia non ha vinto la Davis, ma quanto sopra è il successo di un tennis che ha saputo fare squadra per diventare una potenza mondiale: i 19 giocatori nei primi 200 del mondo (di cui dieci sotto i 21 anni) e i tanti giovani di talento subito dietro, sono la fotografia di quanto sta succedendo. Poi, è vero, senza il Covid Berrettini avrebbe potuto vincere Wimbledon e senza gli infortuni (l'ultimo è quello di Bolelli a Malaga), probabilmente avremmo potuto celebrare qualcosa di più. L'importante però è che gli appassionati capiscano l'eccezionalità del momento: arrivare a lamentarsi per la sconfitta di sabato è un segno di ingratitudine e dimostra soprattutto la poca memoria in materia.

Il tennis italiano ora è grande, e c'è da rendere merito al lavoro fatto negli ultimi sette anni, quando le contrapposizioni tra tecnici e federazione sono state superate da un progetto comune, nel quale si conta anche il numero record dei tornei Challenger organizzati e che hanno fatto da base per l'esplosione dei talenti.

E così che ora abbiamo a Torino le Atp Finals e Roma che diventa un Master 1000 «combined» di 10 giorni dal 2023. Ma soprattutto l'idea che c'è ancora molto da fare: recuperare le donne, per esempio, che sono stati il primo traino delle rinascita. E poi, sì, vincere la Coppa Davis.

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