La noia e il tabù oscurano la festa più del virus

Grazie Juve. A nome del governo, del ministro della Salute, del Consiglio superiore della sanità, dei virologi, dei sindaci, dei governatori

Grazie Juve. A nome del governo, del ministro della Salute, del Consiglio superiore della sanità, dei virologi, dei sindaci, dei governatori: se c'era una possibilità di evitare enormi assembramenti per festeggiare uno scudetto, era proprio quella che il tricolore finisse a Torino per la nona volta consecutiva. Pensate che cosa sarebbe successo a Milano, se a conquistare il campionato dopo anni di dominio bianconero fosse stata l'Inter, a digiuno da dieci lunghissime stagioni. O pensate che cosa sarebbe successo a Roma, se avesse trionfato la Lazio dopo vent'anni, con bagni di folla a piazza del Popolo e bagni effettivi dentro il fontanone. O se per la prima volta nella sua storia avesse portato lo scudetto a Bergamo l'Atalanta, un'impresa epica proprio nell'anno nero della pandemia...

Già abbiamo visto spettacoli pericolosi a Napoli per la coppa Italia e a Benevento per la promozione in A. In fondo, la Signora più invecchia, più ci fa l'abitudine a questo abbonamento annuale col triangolino tricolore. E con lei i tifosi che ormai vivono la partita dello scudetto come routine. In fondo sono già 38 feste tricolori (perché anche i due revocati a suo tempo vennero ovviamente celebrati), 9 negli ultimi 9 anni, tredici feste negli ultimi venti, sedici negli ultimi trenta, venti negli ultimi quaranta. Insomma una festa ogni due anni, ma è la dittatura dell'ultimo decennio a impressionare, a dare l'idea di un campionato sempre più impoverito, dove ogni anno c'è qualcuno che cerca di infastidire la Signora, per poi rientrare nella mediocrità la stagione successiva. Ci hanno provato Napoli, Roma, Lazio, quest'anno è tornata l'Inter, il Milan è stato l'ultimo a vincere prima del lockdown bianconero. Feste scontate, ripetitive, come quelle juventine, ma a Torino c'è un'aggravante sullo sfondo: l'attesa vana della festa vera, quella per la coppa dei Campioni, l'eterno tabù che sembra la pena del contrappasso per la regina d'Italia. Certo che se in questa insolita estate calcistica, dovesse finalmente arrivare sotto la Mole il trofeo più atteso, povero governo, povero ministro della salute, poveri virologi, povera Appendino e poveri sindaci di mezza Italia, quella tinta di bianconero.

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