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“Non Dire Gatto”, il Trap si racconta nella sua autobiografia

Il Trap, fedele a quella linea di pensiero di grande trasparenza e genuinità che l’ha sempre contraddistinto, non ha niente da nascondere, né si permette di volersi porre su di un piedistallo e spiegare agli altri come funziona il mondo

“Non Dire Gatto”, il Trap si racconta nella sua autobiografia

Scritta assieme al giornalista e amico di una vita Bruno Longhi, al momento della sua uscita a metà settembre la biografia ufficiale del più vincente allenatore italiano di tutti i tempi non ha ricevuto le attenzioni date, ad esempio, a pubblicazioni similari come “My Autobiography” di Sir Alex Feguson, uscita in Italia nel 2014, o “Calcio Totale” di Arrigo Sacchi, nelle librerie da marzo di quest’anno. Il motivo è semplice: non ci sono rivelazioni scottanti, sassi (o peggio, massi) nelle scarpe da togliersi, ripicche velenose contro qualcuno, idee rivoluzionarie da rivendicare.

Il Trap, fedele a quella linea di pensiero di grande trasparenza e genuinità che l’ha sempre contraddistinto, non ha niente da nascondere, né si permette di volersi porre su di un piedistallo e spiegare agli altri come funziona il mondo. Quindi, in mancanza di temi scomodi o polemiche da rinfocolare, aforismi da scolpire nella pietra, maestose lezioni di management, resta una grande storia di calcio e di vita. Privo dell’ideologia tormentata di un Sacchi, delle smanie di comando di Ferguson, dell’idolatria per se stesso di un Mourinho, Giovanni Trapattoni è l’emblema del “Normal One” - tanto per parafrasare lo scontroso allenatore del Chelsea - giunto all’apice della fortuna sportiva senza far pesare agli altri la sua grandezza. “Non Dire Gatto” ha il grosso pregio di raccontare la romanzesca vicenda umana del protagonista con il tipico linguaggio trapattoniano, semplice e schietto, purgato ovviamente di certe labirintiche costruzioni lessicali rese celeberrime dalla Gialappa’s Band negli anni di “Mai Dire Gol”. Un’avventura calcistica, quella del Trap, sorretta da grandi valori umani, incastonati nell’anima di un uomo rimasto perennemente giovane nel cuore e nella testa, orgoglioso delle sue origini umili e di una rettitudine morale alla quale mai è venuto meno in vita sua. Una forza interiore che l’allenatore lombardo fa risalire alla sua educazione cattolica e al senso del dovere impartitogli dal severo padre. Il ricordo più triste del libro sta proprio in un colloquio col genitore successivamente all’esordio in prima squadra col Milan, in Coppa Italia, evento taciuto al papà Francesco, che non vedeva di buon occhio la passione del figlio e temeva potesse rincorrere vanamente sogni fuori dalla sua portata; le frasi che gli disse quel giorno – “Dovevi dirmelo, stavolta. Io non avrò la fortuna di vederti ancora.” – saranno funesto presagio della morte del capofamiglia avvenuta soltanto tre giorni più tardi per infarto. Dalle sconfitte, dai rovesci professionali inevitabili in ogni mestiere e ancor di più nella carriera di un allenatore, atavicamente eterno colpevole per i mali altrui, l’uomo di Cusano Milanino ha sempre tratto lo stimolo per migliorarsi, per non fermarsi e rincorrere nuovi traguardi.

La lettura scorre veloce, concitata, senza pause, un po’ come lo è stata l’attività di calciatore e allenatore di Trapattoni, affamato di esperienze, di nuove sfide, pertanto incapace di stare a gingillarsi nella beatitudine della vittoria, come di annegare nell’amarezza causata da una disfatta. Molti, come ci si può aspettare, gli episodi gustosi, di un’intensa umanità che sembra così distante dal calcio divorato dall’insaziabile sete di denaro degli ultimi anni, pieno di personaggi che lucrano su un pallone rotolante senza altro merito che quello di un abile mercanteggiare delle abilità altrui. Tra le pagine più belle, quelle dove il venerando tecnico italiano racconta i viaggi a casa dei calciatori sulla lista dei desideri per convincerli a cambiare casacca nella stagione successiva. Come quella volta che si recò a casa Matthäus per strapparlo al Bayern Monaco e vestirlo di nerazzurro e dovette lusingare la moglie del giocatore tedesco decantandole le vie dello shopping milanese. Oppure, come non abbozzare un sorriso al racconto delle infinite ore trascorse a cercare di calmare certi suoi inquieti cavalli di razza, fosse l’Edmundo della Fiorentina – pregato in ginocchio in aeroporto di non partire per il Carnevale di Rio - o il Cassano della Nazionale durante la preparazione a Euro 2004. Qui esce il Trap psicologo, abile a districarsi fra i caratteri più diversi e a entrare in sintonia con tutti o quasi, veramente a disagio solo con chi, oltre alle bizzarrie caratteriali, non aveva a suo parere un briciolo di serietà da offrire (si vedano a proposito le parentesi di Cagliari e Firenze, quando dovette confrontarsi con Cellino e Cecchi Gori). Una storia d’amore, “Non Dire Gatto”: per il calcio, le persone che lo vivono con passione e non hanno denaro e successo quale obiettivo primario ma vedono in essi, al massimo, il meritato premio del concedersi pienamente a questo gioco meraviglioso. Non è un caso che Trapattoni conceda molto spazio a quei giocatori di grande temperamento ma di talento solo normale e si soffermi in particolare su una delle sue più ardite intuizioni, com’era stata quella di scovare un Torricelli già ventiduenne fra i dilettanti della Caratese e portare quello che allora era un falegname di professione a giocare da titolare e poi vincere tutto nella Juventus. C’è infine il lato inedito di questo blasonato allenatore, quello di esperto di musica classica e avido collezionista di opere d’arte antica. Insomma, questa biografia passa in rassegna con fare spigliato e pragmatico trionfi e cadute sportive che meriterebbero ognuna un libro a parte, e si sofferma approfonditamente su tutti quei personaggi che hanno condiviso le tappe di un’esistenza ricca più di gioie che di dolori. O almeno questo è quanto l’emblema del calcio all’italiana riesce a comunicarci nel suo libro.

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