Il riscatto di Honda è il trionfo della pazienza

Da ieri un aforisma firmato Pablo Neruda potrebbe essere affisso tipo manifesto ai cancelli di Milanello, riaperti nel giorno di riposo per volere di Mario Balotelli. Chissà se qualcuno l'ha mai letto e mandato a memoria: «Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità». Forse il Milan non raggiungerà la splendida felicità dell'Europe league, che il piazzamento è ancora complicato dalla presenza di due ostacoli impegnativi (Roma e derby) ma l'ardente pazienza è diventata una sua virtù. Di pazienza, nei giorni nerissimi di novembre, si è armato Adriano Galliani che adesso può godersi i frutti del mercato di gennaio (Honda, Rami e Taarabt, tutti a costo zero, gli ultimi due da riscattare). Con pazienza (e qualche lampo di orgoglio) si è difeso dagli artigli della critica Clarence Seedorf, dando ascolto alle voci che contano nel pianeta rossonero (Galliani e Tassotti) e collezionando 10 punti in 4 partite che sono una striscia da scudetto e non da velleità di Europa. Una dose industriale di pazienza è di sicuro a disposizione di Keisuke Honda, 27 anni, da Osaka, 12 presenze nel campionato, utilizzato in un ruolo che non gli appartiene (defilato a destra) e finalmente giunto all'obiettivo del primo gol in rossonero. «Ho tutta la pazienza necessaria» fu la sua risposta educata dinanzi alle prime stroncature. Sembrava stesse per perdere il treno, scalzato dal dinamismo di Poli e invece col sigillo di Marassi è risalito in corsa prendendo posto in prima classe. «Honda è un buonissimo calciatore, eletto il migliore d'Asia, è arrivato in un calcio diverso, è stato fermo 1 mese e mezzo, non si può pensare che schiacci un bottone e riparta» la spiegazione di Galliani che prima di firmare quel contratto parlò con Zaccheroni («di Alberto mi fido»). «Mai pentitodi avergli dato la maglia numero 10» la chiosa del vice-Berlusconi.
Honda è una persona paziente, molto paziente oltre che educato. All'ennesima sostituzione, patita all'Olimpico con qualche motivo, si lamentò così in inglese: «Perchè?». Un altro avrebbe sfasciato la panchina e fatto saltare in aria bottigliette d'acqua. Lui no. Due occhi fissi nel vuoto e quel “perchè“ ripetuto, in privato, allo stesso Seedorf col quale dialoga in inglese. «Quando ho bisogno di parlargli, busso alla sua porta e discuto» l'unica concessione pubblica fatta sul rapporto con l'olandese che dal suo canto predicò pazienza con i giornalisti giapponesi. «Io e Seedorf abbiamo idee calcistiche diverse ma mi adatto» è la frase ripetuta come un karma da Honda che a Milanello si presenta vestito in modo classico, doppiopetto con pochette e cravatta d'ordinanza, due orologi al polso (uno con l'ora di Milano, l'altro con quella di Tokio). Ha preso casa nel quadrilatero della moda ma non si è mai visto in giro, chiuso in casa con moglie e figlio a studiare l'italiano, a smanettare con la tv satellitare e a imbottirsi di film della serie il Padrino, la sua passione. A modo suo ha già raggiunto la splendida felicità.

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