Seeler, il panzer che illuminò 4 mondiali senza mai vincerne nemmeno uno

Fu uno dei quattro capitani storici della Germania, giocò tra i titoli del '54 e del '74

Tony Damascelli

Basso, brutto, pelato, ma bravo, veramente bravo, über alles. Uwe Seeler compie oggi ottant'anni. E' uguale a quando giocava, stessa faccia, stessa statura, stessa grinta di quando metteva dentro montagne di gol, è stato un attaccante vero, un centravanti potente, astuto, 43 gol su 72 presenze in nazionale, 137 con la maglia dell'Amburgo, di nuca (all'Inghilterra in Messico '70), di testa, con il fianco o la spalla, soprattutto di destro, un piede fortissimo al punto che, all'ingresso principale del Volksparkstadion di Amburgo, la sua città, hanno eretto un monumento al suddetto arto, quattro tonnellate di peso, cinque metri e quindici di larghezza, tre metri e cinquantadue di altezza, costo duecentocinquantamila euro, nulla in confronto a quello che Uns Uwe, il nostro Uwe come lo chiamano in tutta la Germania, ha dato all'Amburgo, di cui è stato anche presidente dal '95 al '98 per poi rifiutare la carica di massimo dirigente onorario, ritenendola inutile, vuota.

Seeler ha legato il nome per sempre a una sola maglia, appunto quella dell'Amburgo, ma è entrato nel libro dei record per aver giocato una sola partita, a sua insaputa era una gara ufficiale di campionato, su richiesta di un amico commerciante, con gli irlandesi del Cork City contro lo Shamrock Rovers, segnando due gol nella disfatta, 6-2.

Uwe Seeler è stato l'orgoglio della Mannschaft, la nazionale tedesca, di cui è stato capitano e poi eletto, per la storia, capitano eterno, insieme con Fritz Walter, Franz Beckenbauer e Lothar Mattheus, partecipando a quattro mondiali, giocando venti partite e sempre segnando un gol, anzi di più ma mai sollevando la coppa più importante, la Rimet per il tempo, vinta dai tedeschi, nel '54 e nel '72, prima e dopo, dunque, mai durante la sua carriera di gloria. E, paradosso, sfiorandola nella finale di Wembley del 66, resa celebre dall'arbitro Dienst ma soprattutto dall'assistente azero Tofiq Bakhramov che convalidò il gol non gol di sir Jeff Hurst e ricevette il fischietto d'oro dalla regina Elisabetta per i servigi donati all'Inghilterra; in seguito, a Baku, anche l'onore di vedersi dedicato lo stadio nazionale. Uwe Seeler, quel pomeriggio, lasciò il campo con una postura desolata, gli stava di fianco un poliziotto e dall'altro uno dei componenti della banda reale che suonava God Save the Queen; era l'immagine di un tedesco sconfitto, umiliato e costretto alla resa, in terra di Londra, il massimo per gli eredi di Winston Churchill, il minimo per i sopravvissuti alla guerra. Il settimanale tedesco Kicker la definì la fotografia del secolo. Cinquant'anni dopo, Uwe Seeler insiste, quel gol di Hurst non è mai esistito.

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