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"Si vince con la testa, Fede l'ha dimostrato. Dopo il mio incidente ci ho messo tre anni"

L'ex campione Kristian Ghedina sull'impresa di Brignone "cosa mai vista" ricorda il proprio schianto "e il clic"

Kristian Ghedina
Kristian Ghedina
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Kristian Ghedina sa come si fa a vincere a Cortina. E sa soprattutto che lo sci è pieno di gobbe da scavallare, come quelle che Federica Brignone si è trovata davanti all'improvviso. "Una cosa del genere non si è mai vista": lo dice da ex asso della discesa e da opinionista di Eurosport, sulle nevi di casa dove segue le gare dalla WBD house, la casa di HBO Max.

È stato un miracolo sportivo.

"Ricorda Hermann Maier, rientrato dopo un incidente in moto con la placca al ginocchio e una gamba praticamente devastata. Ha vinto a Kitzbuhel, si è commosso fino alle lacrime".

Però Federica...

"Un'apoteosi totale, un messaggio importantissimo per tutti coloro che hanno difficoltà, nello sport e nella vita. Che sia per un infortunio, per un successo mancato o perché non si riesce a trovare la serenità mentale".

Come ha fatto?

"Dopo un danno così grave i dottori ti dicono che ci vogliono almeno due anni per tornare competitivi, lei in 8-10 mesi ha vinto due ori olimpici. Era serena: essere qui era già un successo, aveva meno tensione addosso".

A te è capitato di avere periodi così bui?

"Io non ho mai pensato questo non è possibile. La prima vittoria a Cortina, a casa mia, l'ho avuta a soli 14 giorni da un infortunio: due costole rotte e una commozione cerebrale. Ho insistito per esserci, non volevano darmi l'autorizzazione. La seconda invece è arrivata dopo 13 giorni da un'operazione al menisco in anestesia totale...".

Poi c'è stato l'incidente stradale.

"Nel 1991: per i neurologi era già tanto se fossi tornato a fare una vita normale. Colpi in testa così grossi ledono il senso della profondità e dell'equilibrio. Io non ho dato loro importanza: son tornato ad allenarmi, sembrava andasse tutto bene. Poi prendo la bicicletta: salgo e casco subito, come un bambino".

Uno choc.

"Ecco, lì mi è crollato il mondo addosso, mi sono sentito morto davvero".

Com'è stato a quel punto?

"Sono tornato in gara, però ho impiegato tre anni e mezzo per tornare sul podio. Ci ho provato, ho sempre lavorato con determinazione, ma i risultati non arrivavano. Il cervello è un mistero, in casi come questo va in tilt".

E poi?

"All'improvviso un clic. Stagione '94-'95: primo a Wengen, poi a Whistler, mi sono giocato la Coppa del Mondo generale con Luc Alphand. Poi il secondo argento mondiale seguito da un bronzo, e nel '98 vinco a Kitz dove ho chiuso nel 2004 con la famosa spaccata al traguardo. Oggi sui social sarebbe virale".

Mai avuto paura?

"Difficile rispondere. Penso che sia un sentimento che è giusto provare, succede anche nella vita reale. Devi essere bravo a gestirla e superarla: senza testa non controlli niente".

Com'è lo sci oggi?

"L'evoluzione è continua: materiali, preparazione piste, tecnologia, aerodinamica. È tutto più estremo. La preparazione è mirata, tutti hanno il mental coach, anche se io non sono convinto. Io lavoravo col team, discutevo con loro e basta".

Lo sci si è inchinato a Federica per rispetto. Ma c'era qualcuno che ti stava sulle scatole?

"Come no. Patrick Ortlieb: altezzoso, parlava da un piedistallo. Andava forte: titolo mondiale, olimpico, Coppa, ha vinto tutto. Ma prima o poi dal piedistallo si scende".

Perché ci sono pochi campioni uomini nelle discipline tecniche?

"Questione di cicli.

Ci sarebbe Vinatzer: ha qualità, ma nelle gare importanti spesso si perde. Un po' come Erlacher: si allenava con Tomba, in allenamento era fortissimo, ma poi... L'ho detto: è questione di testa. E Federica l'ha dimostrato".

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