"Spero che le macerie di S. Siro non portino via nonno Meazza"

Lunedì i 40 anni dall'intitolazione dello stadio a Pepin. Il nipote del campione, Federico Jaselli Meazza: "Vorrei che al nuovo restasse sempre il suo nome"

"Spero che le macerie di S. Siro non portino via nonno Meazza"

Chiamarlo stadio non rende del tutto l'idea. Perché il Meazza è un luogo magico. Eppure, quel monumento rischia di essere abbattuto. Ne parla il nipote del grande Meazza, Federico Jaselli Meazza, figlio di Silvana, la prima delle due figlie di Giuseppe, di Pepin, del Balilla, riannodando il filo che dal 1924 ha legato la storia del grande campione a quella del calcio italiano.

Lunedì saranno 40 anni da quando San Siro venne intitolato in onore di suo nonno.

«Avevo solo 11 anni, ma fu una cerimonia molto bella ed emozionante. Ricordo che c'erano l'allora Sindaco di Milano Carlo Tognoli, il Presidente dell'Inter Ivanoe Fraizzoli insieme al grande Peppino Prisco e c'era anche il presidente del Milan dell'epoca Felice Colombo. Quel giorno si giocava il derby che poi l'Inter vinse 0-1 con gol di Oriali».

Inter e Milan vogliono realizzare un nuovo stadio. Che effetto le fa?

«Vorrei che lo Stadio nuovo portasse sempre il nome Meazza. Temo che un altro nome possa sbiadire il ricordo di mio nonno Peppino e che le macerie portino via i ricordi delle gesta di un grande uomo. Speriamo che non sia così. Ne vorrei parlare con l'Inter».

Su suo nonno lei ha scritto un libro ("Il mio nome è Giuseppe Meazza"). Che calciatore è stato?

«Aveva una classe ed una eleganza calcistica innate, infiammava le folle con i suoi dribbling che a volte ridicolizzavano i malcapitati portieri di turno. Massimo Moratti lo paragonò a Ronaldo il Fenomeno».

L'uomo.

«Era molto riservato, elegante e discreto. Evitava le polemiche e non diceva mai una parola di troppo. Fu il primo simbolo sportivo italiano capace di colpire l'immaginario collettivo anche fuori dal rettangolo di gioco, tanto da prestare il proprio volto per alcune pubblicità sui giornali».

Tra i vari aneddoti, c'è quello in cui andò a ballare la sera prima di una partita.

«Sì e la mattina seguente, non sentendo la sveglia, fece tardi ed entrò in campo a formazioni già schierate tra gli sguardi severi dell'allenatore e dei compagni. Dopo 10 minuti aveva già segnato 2 goal! Questo era Meazza».

L'Inter fu la sua prima ed ultima squadra.

«Una volta entrato nelle giovanili dell'Inter, Arpad Weisz lo convocò subito. Quando Leopoldo Conti seppe che avrebbe esordito quel mingherlino di soli 17 anni, esclamò: Quello lì? Ma se l'è un balilla!».

Si racconta che suo nonno fosse un pupillo del Duce.

«Già. Mussolini lo voleva alla Lazio ma lui, che allora viveva ancora con sua madre (mia bisnonna Ersilia), non si fece trovare in casa e lasciò alla mamma il compito di sbrigare la questione. Non voleva lasciare la sua Inter!».

E pensare che suo nonno da piccolo tifava Milan...

«Ma presto si innamorò di Cevenini dell'Inter. Nel '40 il nonno fu ceduto a titolo gratuito al Milan, dopo aver passato un anno senza giocare. Fu considerato un vero e proprio tradimento e i più accaniti tifosi dell'Inter gliene urlarono di tutti colori. Ma tornò a giocare la sua ultima stagione a 37 anni per salvare l'Inter che navigava in cattive acque».

A quali allenatori era più legato suo nonno?

«Arpad Weisz e Vittorio Pozzo, due maestri. Quando Weisz morì nei lager, provò lo stesso dolore di chi perde il proprio padre. Pozzo, invece, lo fece esordire a soli 20 anni in Nazionale e insieme vinsero due mondiali».

Il 9 febbraio 1930 suo nonno esordì a Roma in azzurro in un Italia-Svizzera, che guarda caso sarà la seconda partita degli Europei e si giocherà proprio a Roma.

«Vorrei che la Figc lo celebrasse in qualche maniera. Quella partita fu memorabile: al termine del primo tempo sua mamma lasciò lo stadio perché non poteva sopportare gli insulti rivolti al figlio. Nella ripresa il nonno, dopo i fischi, scatenò la sua furia, segnando 2 gol e fece vincere l'Italia 4-2».

C'era un giocatore a cui si era affezionato?

«Lui era molto legato a Facchetti e a Mazzola ma ammirava Gianni Rivera. Diceva sempre che i grandi calciatori giocano tenendo la testa alta».

Rivedremo mai un Meazza in azzurro?

«Dal 2008 vivo a Madrid con la mia compagna e i miei figli, Isabella e Matteo, entrambi nati qui. Matteo ha 7 anni ed è tifoso dell'Atletico. Se un giorno dovesse fare il calciatore, temo che sceglierebbe la Spagna».

Sfida Juve-Inter, secondo lei chi la spunterà?

«Spero l'Inter. Vedrò la partita dal ristorante Da Lele, il luogo di ritrovo dell'Inter Club Madrid, di cui sono presidente. Spero che una partita del genere non si giochi a porte chiuse, per di più alla vigilia dell'anniversario di mio nonno».