Gli Stati Uniti per la prima volta padroni della Dakar

Sainz torna re a 57 anni nelle auto, Alonso 13°. Per l'americano Brabec vittoria storica nelle moto

Ryad Si è concluso ieri il rally Dakar che per la prima volta, nei suoi 42 anni di storia, ha scoperto l'Arabia Saudita. Dodici giorni di gara e 5.000 chilometri di prove speciali per un totale di 7.000 chilometri. Le aspettative non sono state deluse. Dopo una prima settimana tra la sabbia e le imponenti formazioni rocciose nel Nord Ovest del Paese, il percorso si è inoltrato verso Sud Est, fino ad addentrarsi nell'Empty Quarter: il deserto più grande al mondo con un'estensione pari a sei volte la Francia. Un'edizione che sarà ricordata anche per la tragica scomparsa di Paulo Goncalves, il 40enne portoghese del team indiano Hero, caduto sulle velocissime piste della tappa 7. La tragedia è tornata così a segnare la gara più crudele al mondo.

Nelle auto, la festa del podio è tutta per El Matador della Mini che si è aggiudicato il raid replicando i successi del 2010 con Volkswagen e del 2018 su Peugeot. Sainz ha preceduto il principe qatariota Nasser Al-Attiyah su Toyota di 6'21, terzo il francese Stéphane Peterhansel su Mini a 9'58. Sin dal primo giorno si è visto che la corsa sarebbe stata una questione tra questi tre veterani del deserto. Sainz si è portato saldamente al comando dalla terza tappa. Ma in una gara lunga due settimane, le insidie sono ad ogni chilometro e non sono mancati i colpi di scena. L'ultima tappa, la Haradh-Qiddiya di soli 167 chilometri, ha visto il successo di Nasser Al-Attiyah, che non è riuscito però a ribaltare il divario in classifica nei confronti dello spagnolo. «La chiave per vincere la Dakar? Andare più forte degli altri e commettere meno errori di tutti», ha commentato lo spagnolo. Già nella liaison, Sainz ha ricevuto la telefonata di Carlitos, il figlio che corre in F1. «Ci siamo sentiti ogni giorno. Mi ha spronato ed è orgoglioso di me, così come lo sono io di lui». A chi gli chiede dell'età, il due volte iridato rally risponde: «Conta, ma vale di più il cronometro». Felice l'altro spagnolo, Fernando Alonso, 13°: «Sei mesi fa non lo avrei mai immaginato»

Nelle moto, per la prima volta nella storia un pilota americano si è aggiudicato il trofeo dorato. Ricky Brabec ha coronato un sogno che inseguiva dal 2016. Il pilota Honda, in testa alla generale dalla terza tappa, non ha commesso errori e ha mostrato una regolarità propria dei grandi campioni. Con questo successo, la Casa giapponese interrompe un digiuno che durava da ben 31 anni. L'ultima vittoria era stata conquistata nel 1989 da Gilles Lalay. Con questo successo si interrompe anche il dominio di KTM: 18 anni di successi dal 2001, quando fu il nostro Fabrizio Meoni ha salire sul primo gradino del podio per la Casa Austriaca.

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