Storia di Weisz, il tecnico ebreo che passò "dallo scudetto ad Auschwitz"

Tre scudetti, uno all'Inter e due al Bologna, prima delle leggi razziali che lo costrinsero a lasciare l'Italia per morire con la sua famiglia ad Auschwitz. È la storia dell'ebreo ungherese Arpad Weisz, tecnico tra i più grandi del nostro calcio

Storia di Weisz, il tecnico ebreo che passò "dallo scudetto ad Auschwitz"

A 47 anni, nel 2010, l'allenatore dell'Inter José Mourinho festeggiava la vittoria del Triplete. Alla stessa età, nel 1944, l'ex tecnico nerazzurro Arpad Weisz esalava il suo ultimo respiro tra le fetide pareti della camera a gas di Auschwitz, soffocato dalle esalazioni del micidiale Zyklon B. Oggi che si celebra la Giornata della Memoria, il pensiero degli appassionati di calcio va all'uomo che vinse la prima edizione della Serie A a girone unico: un ebreo ungherese che, in nemmeno 15 anni, è passato "dallo scudetto ad Auschwitz".

Questo il titolo del libro del giornalista Matteo Marani dedicato alla memoria di uno Special One ante litteram, tra i principali innovatori del calcio italiano e internazionale dell'anteguerra. Oggi, grazie allo straordinario lavoro di Marani, il nome di Weisz riecheggia nei corridoi della memoria collettiva. Nel 2009, gli è stata dedicata una targa sotto la torre di Maratona dello stadio Dall'Ara di Bologna, quel Bologna "che tremar l'Europa fa" vincitore con Weisz di due titoli negli anni Trenta, con tanto di successo per 4-1 contro il Chelsea nella finale del Torneo dell'Esposizione, la Champions League di allora. Negli ultimi anni, si è perso il conto degli omaggi che gli sono stati dedicati: l'intitolazione della curva San Luca dello stadio Dall'Ara; una targa allo stadio Piola di Novara; una via vicino allo stadio San Nicola di Bari, addirittura un quarto di finale di Coppa Italia tra Inter e Bologna, nel 2013.

L'innovatore che fece grande l'Inter di Meazza

Per ricordare Weisz è stato fatto molto, compreso un documentario del numero uno dello storytelling sportivo italiano: Federico Buffa. Ma in tanti continuano a ignorare la storia del tecnico ungherese, al quarto posto nella particolare classifica degli allenatori dell'Inter con il maggior numero di presenze sulla panchina nerazzurra: 212, dietro a mostri sacri come Mancini, Trapattoni e Mourinho. Già, Mourinho. Il paragone tra Weisz e il tecnico portoghese sembra azzardato. Ma non lo è. Se lo Special One ha cambiato il calcio con la forza della psicologia, l'ebreo Arpad lo rivoluzionò in tempi non sospetti con alcune innovazioni destinate a diventare una costante del pallone tricolore. In un'epoca, tra gli anni Venti e Trenta, in cui gli allenatori avevano una preparazione tattica limitata e si presentavano in campo in giacca a cravatta, Weisz fu il primo a guidare in prima persona gli allenamenti vestendosi come i calciatori, in pantaloncini e maglietta. Correndo con loro. Provando e applicando con loro, in settimana, gli schermi da mettere in pratica in partita. Il modulo? Anch'esso all'avanguardia rispetto al "metodo" allora in voga.

La parola d'ordine di Weisz era composta da due lettere: WM, il cosiddetto "sistema". Che, con il metodo, conosciuto anche come WW per la disposizione dei giocatori in campo, era una delle due filosofie di gioco imperanti a quei tempi. Se il metodo (che avrebbe fatto le fortune dell'Italia campione del mondo nel 1934 e nel 1938) si basava sull'impiego di tre difensori puri e un centromediano chiamato a ribaltare velocemente l'azione con lanci lunghi a imbeccare gli attaccanti (ben 5 tra centrattacco, ali e mezzali), il sistema prevedeva un gioco più arioso ed equilibrato, basato più sul possesso palla che sul contropiede. Weisz, che da giovane era stato un'aletta veloce e ficcante, aveva riadattato per il calcio italiano i principi di gioco elaborati dall'inglese Herbert Chapman il quale, dopo avere fatto il minatore, seppe reinventarsi allenatore di successo prima all'Huddersfield e poi all'Arsenal.

Nascita in Ungheria e arrivo in Italia

Prima, però, qualche nota biografica. Arpad Weisz nasce nel 1896 a Solt, nell'allora Impero austro-ungarico, da genitori ebrei: Lazzaro e Sofia. Oggi, calcisticamente parlando, l'Ungheria è confinata nella periferia del calcio europeo, ma all'inizio del Novecento è alfiere della cosiddetta scuola danubiana, destinata ad esercitare un'egemonia sul continente fino agli anni Venti. Il giovane Arpad è quello che oggi si chiamerebbe esterno d'attacco. Nel 1911 entra in un club di Budapest, il Torekves, con cui esordisce due anni dopo in prima squadra. Ma i venti di guerra che spirano in Europa lo inducono a partire per il fronte. Per la prima volta, s'imbatte nell'Italia. Anzi, nell'esercito italiano, che il 28 novembre 1915 lo cattura durante la quarta battaglia dell'Isonzo e lo porta a Trapani, dove comincia a masticare le prime parole della nostra lingua. Che in futuro gli saranno molto utili.

Terminata la prima guerra mondiale, Weisz torna a casa. Riprende a giocare nel Torekves, poi nel 1923 accetta la corte del Maccabi Brno, un grande club che gli apre le porte della nazionale ungherese con cui colleziona 6 presenze compresa l'amichevole con l'Italia del 4 marzo 1923. Due anni dopo passa all'Internazionale di Milano, ma un doppio infortunio lo costringe al ritiro a nemmeno 30 anni. Sarà la sua fortuna. Poi mette su famiglia: sposa la conterranea Ilona Rechnitzer che gli regala due figli, Roberto e Clara. Purtroppo, anche loro pagheranno l'abominio delle leggi razziali e la tragedia della shoah, morendo nel 1942. Ma nel 1926, quando inizia il suo apprendistato sulla scrivania come vice dell'ex c.t. azzurro Rangone all'Alessandria, Weisz guarda al futuro con ottimismo. La sua intelligenza non è solo calcistica. È giovane, ma già pronto a prendere le redini dell'Internazionale che infatti, all'inizio della stagione 1926/1927, gli affida la panchina della prima squadra.

Tre scudetti con Inter e Bologna

Lo aspetta un lungo lavoro che, nel 1930, porta la società nerazzurra - diventata nel frattempo Ambrosiana per ordine del regime - a vincere il terzo scudetto della sua storia in quello passato alla storia come il primo campionato a girone unico. Grazie a Weisz, i cui meriti vanno ben al di là dell'intuizione di lavorare a stretto contatto con i suoi calciatori senza indossare abiti eleganti. Infatti, il tecnico ungherese è il primo a introdurre carichi di lavoro appositamente elaborati, oltre a studiare la composizione delle diete. Non c'è dettaglio che sfugga alla sua metodica attenzione, compresa ovviamente l'osservazione dei ragazzi del settore giovanile. A metà del 1927 il "Dottore" Fulvio Bernardini, il suo centromediano, gli consiglia di dare un'occhiata a un "balilla" di cui si dice un gran bene: Giuseppe "Pepin" Meazza. Weisz ne intuisce il potenziale, facendolo esordire il 30 novembre 1927 nella Coppa Volta. Sotto la guida del tecnico ungherese, Meazza diventa subito la stella dell'Ambrosiana e nel 1930 la trascina al titolo con 31 reti.

A 34 anni, Weisz è il più giovane allenatore ad aver vinto il campionato italiano. Primato ancora oggi imbattuto. Sembra l'inizio di una sfolgorante carriera ma nella stagione 1930/1931 l'ungherese non va oltre uno scialbo quinto posto. La società non gli rinnova il contratto costringendolo a ripartire dal Bari. Nel 1932 la "nuova" Ambrosiana-Inter è in un momento di transizione. È appena iniziato il quinquennio magico della Juventus di Edoardo Agnelli e Carlo Carcano, destinata a vincere 5 scudetti di fila. Weisz non lo sa e torna a Milano per tentare il bis, ma arriva due volte secondo dietro alla Juve di Combi, Rosetta, Caligaris... Purtroppo, come diceva Enzo Ferrari, il secondo è il primo degli ultimi. La pensa così anche l'Inter che dà il benservito a Weisz che, nel 1934, riparte dal Novara, in Serie B. Come se oggi Ancelotti lasciasse il Napoli per accomodarsi sulla panchina del Brescia.

Il tecnico ungherese allena i piemontesi per sei mesi, lasciandoli al secondo posto per accettare nel gennaio 1935 l'offerta del Bologna. In Emilia, Weisz trova una squadra con valori tecnici importanti ma prima di un'adeguata organizzazione. Il suo primo compiti è di portare la squadra alla salvezza: obiettivo centrato con un insperato sesto posto. Ma il bello deve ancora venire. Il ciclo della Juventus sta per finire ma la squadra bianconera, nella stagione 1935/1936, le prova tutte per arrivare a quota sei scudetti consecutivi. Al termine del girone d'andata supera il classifica proprio la squadra di Weisz e si laurea campione d'inverno. Ma nel girone di ritorno il Bologna, grazie alla sua difesa rocciosa e a un gioco corale spettacolare e al tempo stesso pragmatico, piazza lo scatto decisivo vincendo il titolo con un punti di vantaggio sulla Roma. È il tanto decantato "collettivo" a dare il successo agli uomini di Weisz, visto che il bomber degli emiliani è Schiavio con appena 10 gol: meno della metà di Meazza, capocannoniere del campionato con un bottino di 21 reti.

Il presidente del Bologna, Renato Dall'Ara, non può che confermare Weisz sulla panchina della squadra emiliana. Lui lo ripaga con un'annata se possibile ancora più indimenticabile. Arriva il secondo scudetto di fila, questa volta dopo un interminabile testa a testa con l'altra compagine romana, la Lazio di Silvio Piola. Ma il tecnico ebreo non si accontenta dello scudetto. La ciliegina sulla torta è il Torneo dell'Esposizione, la Champions League dell'epoca. Dopo avere eliminato Sochaux e Slavia Praga, allo stadio Colombes di Parigi - che avrebbe ospitato la semifinale Italia-Brasile dei Mondiali del 1938 con il celebre gol su rigore di Meazza segnato tenendosi su i pantaloncini a cui si era rotto l'elastico - il Bologna batte 4-1 gli "inventori del gioco" del Chelsea salendo così sul trono d'Europa.

Leggi razziali e fuga in Olanda

Arpad Weisz è un guru, idolatrato dalle folle e ammirato da colleghi e addetti ai lavori. Nulla sembra poterlo fermare, almeno fino al 18 settembre 1938, quando Mussolini approva le leggi razziali. Il Regio decreto 1381 stabilisce che gli ebrei stranieri che hanno fissato la residenza in Italia dopo il 1 gennaio 1919, come Weisz, hanno sei mesi di tempo per lasciare l'Italia. Il tecnico ungherese, reduce da una stagione incolore dopo i bagordi del biennio precedente, il 22 ottobre si dimette. Le sue certezze crollano improvvisamente, come un castello di carte. La sua vita, divisa a metà tra l'amore per la moglie Ilona e i figli Roberto e Clara, comincia a sfaldarsi. Dall'Ara non fa nulla per aiutarlo, idem la stampa che ne liquida le dimissioni con poche parole. Come se fosse un allenatore di Serie C, una grave mancanza di rispetto a chi aveva preceduto e chiuso il ciclo dei 5 scudetti juventini.

Ma ormai è difficile pensare al calcio. I suoi bimbi non possono più andare a scuola. La loro colpa? Quella di essere ebrei. Abbandonato dagli amici e da quelli che fino al giorno prima lo avevano trattato come un re per poi cacciarlo nella polvere, il 10 gennaio 1939 Weisz porta la sua famiglia a Parigi. In cuor suo Arpad spera di trovare una nuova squadra. Ci riesce, ma in Olanda. A ingaggiarlo è il Dordrecht, piccolo club dell'omonima cittadina di 50 mila abitanti posta vicino al confine con la Germania. Nei due anni sulla panchina della piccola compagine olandese Weisz conquista una salvezza e uno storico quinto posto, il miglior piazzamento della storia di una società modesta che ormai, da tempo immemore, vaga nei tristi meandri della Serie B nazionale.

Purtroppo, però, anche in Olanda tira una brutta aria. Il Paese è stato occupato dalla Germania nazista e nei piani di Hitler c'è la soluzione finale, pianificata poi nella Conferenza di Wannsee. Il 29 settembre 1941, dal Commissariato di polizia di Dordrecht, parte una lettera indirizzata ai dirigenti del club locale. Vi si legge che "ad Arpad Weisz è proibito stare su un terreno dove sono organizzate partite aperte al pubblico". Inoltre, si consiglia alla società di "non tenere o assumere ebrei dentro l'associazione".

Deportazione ad Auschwitz e morte

A differenza di quanto successo a Bologna, i soci del club stanno vicini alla famiglia Weisz. Arpad perde il lavoro di allenatore, ma riesce a sfamare la moglie Ilona e i piccoli Roberto e Clara grazie al decisivo aiuto dei suoi ex datori di lavoro. Che però non possono fare nulla contro la Gestapo. La mattina del 2 agosto 1942 la famiglia Weisz viene arrestata per essere trasferita nel campo di Westerbork, Olanda del nord. Due mesi dopo, il trasferimento forzato ad Auschwitz. Arpad viene separato per sempre dai suoi familiari, avviati alla camera a gas il 5 ottobre. Ilona aveva 33 anni, Roberto 12, Clara appena 8.

Arpad resiste due anni. Viene sfruttato con altri 300 uomini in un campo di lavoro dell'Alta Slesia e alla fine si arrende. Lo portano in una camera a gas, dove muore un triste 31 gennaio 1944. Da allora il buio, fino all'opera del giornalista Marani che ne ha raccontato la storia dopo essere entrato in contatto con il bolognese Giovanni Savigni, il migliore amico del piccolo Roberto Weisz.

Fino al 2017, quando è scomparso a 86 anni, il signor Savigni ha portato nelle scuole di Bologna la storia del suo compagno di giochi Roberto. La cui unica colpa è stata di nascere ebreo, come le altre 6 milioni di persone volate via con il vento.

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