Troppi stranieri, pochi big e 900mila spettatori in meno

La foto del nostro calcio è allarmante, anche se i debiti sono in diminuzione Malagò: "È indecente che i ricavi dei club dal botteghino siano solo l'8%"

Troppi stranieri, pochi big e 900mila spettatori in meno

Roma - Tanti trasferimenti (nelle ultime due stagioni addirittura più di 2.500), ma pochi veri campioni approdati in Italia, guardando ai risultati internazionali dei nostri club. In compenso crescono ancora i debiti della serie A, mentre non si ferma l'emorragia di spettatori nei tre campionati professionistici di casa nostra. La fotografia offerta da «ReportCalcio» 2014, pubblicato da Federcalcio, Arel e PricewaterhouseCoopers, conferma le difficoltà del calcio italiano, soprattutto in termini di appeal. E se la passione nei ragazzi dai 6 ai 16 anni è ancora alta (un quarto dei tesserati in Italia fanno calcio), salendo ai livelli più alti c'è un vero allarme rosso.
Spettatori in calo. Complici gli stadi obsoleti, le sempre maggiori difficoltà nell'acquisto dei biglietti e anche le tv che impigriscono i tifosi, crolla il numero di spettatori negli stadi italiani. I presenti sulle tribune nei match del calcio professionistico (A, B e Lega Pro) passano dai circa 13,2 milioni della stagione 2011-2012 a 12,3 milioni del 2012-2013, ma nel quinquennio il calo è addirittura doppio (nella stagione 2008-2009 si era arrivati a 14,1). E se la serie A registra un sensibile aumento - oltre 220mila presenze in più, ma lo si deve al ritorno in A di Torino e Pescara, ndr -, dal 2008 al 2013 la perdita di pubblico è di circa 800mila unità. Nel confronto con gli altri grandi campionati d'Europa, in termini di affluenza media i club di casa nostra superano solo quelli della Ligue1 francese. E tra ricavi da stadio (8%) e commerciali (15%) si arriva a una bassa percentuale del valore della produzione. «Una percentuale indecente quella dei ricavi da stadio, fra un po' arriveremo a zero - commenta il presidente del Coni Malagò -. La vera sfida invece è giungere al 25-30% come gli altri paesi europei». Ma da noi i diritti tv sono in continua crescita e presto si sfonderà il tetto del miliardo di euro.
Record di trasferimenti. Il 46% del totale trasferimenti delle cinque maggiori leghe europee si registra in Italia (2.533 su 5.491), ma il 51% è stato rappresentato da prestiti con il 15% di parametri zero. «È il sintomo che c'è qualche difficoltà, negli anni siamo passati poi dal 29% al 54,5% di giocatori non selezionabili nelle nostre nazionali e la crescita media dei nostri club non c'è stata - sottolinea il numero uno della Federcalcio Abete -. È un errore in termini strategici non operare sulla valorizzazione dei vivai».
Sempre più debiti. I debiti del massimo campionato, nella stagione 2012-13, erano di quasi 3 milioni di euro (+1.9% rispetto all'annata precedente) e quelli finanziari hanno pesato per il 32%. La perdita netta prodotta dal calcio professionistico italiano nel 2012-13 è stata di 311 milioni (-19,8% rispetto al 2011-12), il valore più basso registrato nell'ultimo quinquennio. Ma comunque un dato paragonabile a quello registrato l'anno scorso da alcuni istituti di credito che però hanno dovuto svalutare i crediti in sofferenza. Nel caso del calcio il «rosso» è invece legato alle spese che superano le entrate.
Il calcio e il fisco. La contribuzione fiscale e previdenziale del sistema calcio nel 2011 è stata di 1.034 milioni (calo del 3,4%). Ben 892 milioni derivano dal contributo delle società professionistiche, mentre solo 142 dalle scommesse. «Dal 2006 abbiamo pagato 6 miliardi all'erario e recuperato solo 480 milioni attraverso il Coni, su questo siamo secondi solo all'Inghilterra», dice ancora Abete. E di fronte a dati così precisi, mancano ancora le idee e le soluzioni per uscire da questa crisi.

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