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Troppo forti, come sempre. Italrugby presa a cucchiaiate

L'Inghilterra sbanca l'Olimpico 46-15. Dagli azzurri grinta e orgoglio ma il divario con i maestri rimane incolmabile

Troppo forti, come sempre. Italrugby presa a cucchiaiate

Roma - Il risultato non è bugiardo. È a spanne la distanza che separa l'Italia del rugby da una corazzata come l'Inghilterra. Il 46 a 15 con cui la squadra Eddie Jones ha liquidato l'Italian job in altri tempi non avrebbe permesso scuse di sorta. Stavolta il peccato è quasi veniale. Perché contro i marziani non si è visto un azzurro sbiadito, tutt'altro. Si è visto il coraggio, tanto entusiasmo e la voglia di gettare il cuore oltre l'ostacolo. Restano gli errori difensivi nell'uno contro uno, resta una mischia troppo sofferente per fare la differenza su certi palcoscenici, ma in compenso si è vista un'Italia che soprattutto nella ripresa è stata capace di ritrovare quella vena offensiva un po' sbiadita da qualche anno a questa parte.

A suo modo l'irlandese che veste d'azzurro ha vinto la sua scommessa nel buttare tra i leoni una truppa di otto ragazzi con meno di 10 presenze all'attivo. E non è un caso se buttando un occhio alle statistiche si scopre che nella ripresa il possesso palla e il vantaggio territoriale giravano clamorosamente dalla parte italiana. Né si dica che l'Inghilterra ha alzato il piede dall'accelleratore. Non ne aveva bisogno. All'Olimpico è stata partita vera con i bianchi della rosa che hanno impiegato un battito di ciglia per colpire. Due mete nello spazio di 11 minuti. La firma su entrambe è quella di Anthony Watson (MVP del match) abile a finalizzare due trasformazioni per linee esterne che lasciano di sasso la difesa azzurra.

L'Italia ha il merito di non abbattersi. Basta poco per capire dove colpire. Non abbiamo il doppio playmaker come gli inglesi, ma il nostro gioco da cagnacci fa la differenza quando una bella iniziativa di Tommaso Boni diventa la base per lanciare Benvenuti lungo l'out e fargli segnare una meta da raccontare ai nipotini. A dispetto della marcatura azzurra, l'Inghilterra non si scompone. È cinica sui raggruppamenti e non si tira indietro neanche sul piano della disciplina concedendo anche qualche punizione di troppo. Ma quando deve colpire non ci pensa più di tanto. Ford e Farrell distribuiscono con efficacia le occasioni che gli capitano tra le mani e si intendono a meraviglia quando il primo apre una porta all'esterno per permettere al centro inglese di firmare l'ottavo sigillo in carriera e mettere aria sul tabellone. Prima di andare al riposo Allan accorcia a -7 con un piazzato e nella ripresa la convinzione azzurra si fa più autentica. Finalmente si gioca per mettere in crisi gli inglesi. Boni va in meta ma la moviola scova un passaggio in avanti che strozza in gola l'urlo dell'Olimpico. Poi è la volta di Simmonds ad aprire varchi per vie centrali per mettere le mani sulla partita.

Gli azzurri non si disuniscono, continuano ad affacciarsi dalle parti della meta inglese e trovano finalmente la marcatura con Mattia Bellini, altra ala che va a toccare alla bandierina stavolta senza dibattiti da var. È l'Italia che non ti aspetti, capace di una verve offensiva che è forse la cosa più incoraggiante del pomeriggio dell'Olimpico. A preoccupare è solo la tenuta perché quando sul cronometro scocca il minuto settanta, gli inglesi tornano a premere e finalizzano tre volte nello spazio di nove minuti. A segnare sono Ford (magistralmente servito da Farrell), poi ancora Simmonds e Jack Nowell a chiudere per ribadire la supremazia della Rosa contro l'azzurro. Finisce con «Swing Low, sweet chariot» cantato sugli spalti da ventimila tifosi vestiti di bianco e con un'Italia ritrovata. Magari ancora lontana da certe vette, ma con la fiducia di guardare con ottimismo alla prossima scalata, quella di sabato prossimo a Dublino contro l'Everest irlandese.

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