Guerra santa parte seconda: giochisti disperati e inviperiti contro risultatisti in festa. Era inevitabile che esplodesse nel calcio italiano - l'inizio coincise con la storica edizione tra sacchiani e trapattoniani - dopo Como-Milan di giovedì notte, cominciata con i fuochi d'artificio di Nico Paz e del Como ma finito 1 a 3 per il Milan di Allegri rimasto nella scia dell'Inter con le stoccate di Rabiot e le prodigiose parate di Maignan. Il dibattito si è riacceso aspro con i lamenti notturni di Fabegras ("abbiamo fatto 700 passaggi contro 200; se giochiamo altre 10 volte, vinciamo 8 volte, saranno contenti i risultatisti qua") infilzato anche dal quotidiano di Madrid Marca ("el pragmatismo de Allegri contra el vanguardismo de Cesc") a dimostrazione palese che i giochisti valorizzano solo alcuni parametri (possesso palla, numero di passaggi, tiri) ignorando tutto il resto, e cioè il talento (la differenza tra Da Cunha e Rabiot per esempio sotto porta), che è poi l'essenza del calcio. Poi c'è la componente del tifo contro, l'avanspettacolo insomma, che si sofferma sul fattore "C" del Milan per la parate di Maignan: ora se para qualche rigore è soltanto fortuna sfacciata. Capita a chi si sottrae, per rancori personali e pregiudizi vari, al confronto delle idee e dei fatti. Da sempre nel calcio non c'è mai stata una sola via per il successo nel calcio. Lo testimoniano, a mò di sintesi, i tre cicli del Milan berlusconiano scanditi da Sacchi, Capello e Ancelotti, ciascuno con una filosofia completamente diversa, a parità di cifra tecnica.
E se il Milan attuale continua la sua striscia d'imbattibilità durata 19 turni, senza mai aver perso fuori casa, anzi recuperando da risultato di svantaggio ben 13 punti fin qui, vuol dire
che non è il caso a determinare quei 43 punti collezionati da Allegri. Che è poi l'unico a dare una lezione alla compagnia ripetendo, come un mantra: "Io guardo chi sta indietro perché voglio arrivare tra i primi quattro".