Se dici Stabat Mater pensi subito all'Oratorio di Pergolesi, ma pensi anche all'atteggiamento (stabat) della Madre che, ai piedi del figlio crocefisso, esprime il suo dolore e la sua disperazione. Vidi Stabat Mater di Antonio Tarantino nel 1993, primo debutto nazionale, al Teatro di Porta Romana diretto da Gianni Valle, con la regia di Cherif e con una disperata Piera Degli Esposti in una delle sue più vibranti interpretazioni. Io, che ero abituato alla durezza della lingua di Testori, debbo confessare che rimasi sconvolto da quella di Tarantino, dalla sua violenza, una lingua parlata, non certo dagli abitanti del Fabbricone, ma da chi lavora nei mercati rionali, caratterizzata dalla sua ripetitività, una lingua bassa, da sottoproletariato. Eppure, essendo Maria Croce la protagonista, pensai subito a Maria Brasca, alla sua dignità, alla sua maniera di battersi, ben consapevole del fatto che la vita sia una perenne lotta continua. Maria Croce è una donna del Sud trapiantata a Torino che lavora al Balòn, il noto mercato frequentato da meridionali e da marocchini, che, nella versione di Luca Guadagnino, al Franco Parenti da martedì a domenica, con protagonista Fabrizia Sacchi che abbiamo visto, recentemente, nel film Primavera, è una donna napoletana che alterna il dialetto con la lingua nazionale, soprattutto quando dà voce agli altri personaggi, squallidi, ignoranti, sfruttatori che fanno parte della sua vita, a cominciare da Giovanni, (Giuvà) che l'ha messa incinta e che, non avendo riconosciuto il figlio, l'ha resa una donna-madre la quale, per crescerlo, dovrà inventarsi tutti gli stratagemmi possibili.
La novità di Tarantino, oggi riconosciuto come uno degli autori più interessanti nel panorama della nuova drammaturgia, non consiste nel modo con cui costruisce la trama che egli sviluppa a frammenti, con la ripetitività che, in certi momenti, trasforma in liturgia laica, ma nella sua capacità di fare riferimento a un contesto mitico-religioso che utilizza come un contenitore arcaico, nel quale immette la realtà contemporanea, attraverso procedimenti analogici, rimandi a nomi dei Vangeli, volutamente storpiati da Maria che, però, alla fine delle sue vicissitudini, affermerà di non essere la Madonna. Eppure, come la madre di Cristo, ha invocato l'aiuto di Pilato, chiamato dottor Ponzio, e del giudice Caifa, da lei chiamato Caraffa, per chiedere notizie del figlio, della sua scomparsa, sostenendo di vivere il dramma di una madre che chiede giustizia, essendo ignara della banda di cui faceva parte, dei suoi volantini inneggianti al terrorismo e del fatto che possedesse una pistola. Tarantino ha scritto una rappresentazione sacra che sa di laicità, arricchendola con una laida tragicità, sublimando, il tutto, con l'uso di una lingua tanto inventata, quanto guastata da quella marginalità in cui si muovono i personaggi, a cominciare dalla signora Trabucco che dà i sussidi e che non sa trattenere le accuse alquanto razziste, soprattutto, contro i maghebrini che sfornano figli che a tre anni secondo lei, sono già delinquenti. Poi c'è Don Aldo che si affanna tutto il giorno a salvare i ragazzi di strada. Lui avrebbe voluto che il figlio di Maria, ritenuto molto intelligente, studiasse in seminario, ma lei si è opposta per paura che diventasse omosessuale, così, ha preferito essere la madre di un povero cristo che ha scoperto il sesso, grazie all'amore per Maddalena, forse complice nelle scelte ideologiche che lo hanno fatto decidere di entrare nella lotta armata, dove non sappiamo se abbia perso la vita.
Questa materia, nelle mani di Luca Guadagnino, si trasforma non solo in un grido di dolore, ma anche in una accusa contro le ingiustizie e le disuguaglianze, avvalendosi della potente interpretazione di Fabrizia Sacchi.