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Che civiltà è se si paga al prezzo della vita

Qui non abbiamo a che fare con bambini inconsapevoli. Abbiamo a che fare con individui che sanno benissimo ciò che fanno

Che civiltà è se si paga al prezzo della vita
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Gentile Direttore Feltri,
scrivo con un nodo alla gola e una rabbia che non riesco a contenere. Ho letto la notizia dell'uomo ucciso a Massa davanti agli occhi del figlio di undici anni e della compagna, e da allora non riesco a togliermi dalla testa un'immagine: quel bambino che tiene la mano del padre a terra e gli dice papà alzati, papà alzati. Mi chiedo che cosa resterà nella mente di quel figlio, quale ferita incancellabile porterà per tutta la vita. E mi chiedo, soprattutto, in che Paese viviamo se si può morire così: per aver semplicemente richiamato dei ragazzi che stavano distruggendo una vetrina.
Direttore, siamo ancora una società civile?

Maria Neri

Cara Maria,
la scena che descrivi è di quelle che non dovrebbero esistere in un Paese che si definisce civile. Un bambino che implora il padre di rialzarsi mentre quel padre giace a terra senza vita, ucciso da un branco, è qualcosa che ci dovrebbe paralizzare tutti, farci vergognare, farci reagire. E invece temo che, passata l'emozione, tutto scivolerà via come sempre. Qui non siamo davanti a una disgrazia. Non siamo davanti a una fatalità. Siamo davanti a un fatto preciso, limpido nella sua brutalità: un uomo viene massacrato perché ha osato fare ciò che qualsiasi persona normale avrebbe fatto, cioè richiamare dei ragazzi al rispetto delle regole, al rispetto della proprietà altrui, al rispetto più elementare della convivenza civile.

E per questo muore. Anzi, per questo viene ucciso. Capisci la gravità? Non si muore perché si è coinvolti in traffici illeciti, magari durante uno scontro tra bande, non si muore per una resa dei conti tra criminali, non si muore perché si è scelto di vivere fuori dalla legge. Si muore perché si dice a qualcuno: Smettila. Si muore perché si chiede civiltà. Questo significa una sola cosa: che quella civiltà non esiste più. Si parla spesso di violenza giovanile come se fosse una sorta di fenomeno naturale, quasi meteorologico, come se questi ragazzi fossero vittime di qualcosa: del disagio, della solitudine, della società che non li ascolta. Io trovo questo racconto non soltanto falso, ma profondamente offensivo nei confronti delle vittime.

Qui non abbiamo a che fare con bambini inconsapevoli. Abbiamo a che fare con individui che sanno benissimo ciò che fanno. Due sono maggiorenni, uno è minorenne: ma l'età non cancella la consapevolezza. Quando accerchi un uomo, lo colpisci, lo fai cadere, continui a infierire mentre è a terra, sai perfettamente che stai distruggendo una vita. Non c'è nulla di ingenuo in tutto questo. Non c'è nulla di non compreso. C'è violenza. C'è ferocia. C'è una totale assenza di freno. E qui veniamo al punto che tu, cara Maria, cogli con lucidità: l'insofferenza al rimprovero. È questo il vero segnale d'allarme. È questo il tratto comune di troppi episodi: basta uno sguardo, una parola, un richiamo, e scatta una reazione sproporzionata, animalesca, incontrollata.

Perché? Perché questi ragazzi non sono abituati al limite. Non sono abituati a qualcuno che dica loro no. Non sono abituati a essere contraddetti, corretti, richiamati. Non hanno interiorizzato l'idea che esista una regola sopra di loro. E quando quella regola si manifesta, anche solo nella voce di un uomo che difende una vetrina, reagiscono come se fosse un affronto intollerabile. Questo non nasce per caso. Nasce in famiglie in cui si è smesso di educare. In cui si è scambiata l'educazione per violenza, l'autorità per sopraffazione, il limite per repressione. In cui i genitori, sì, i genitori, senza distinguere tra padri e madri, hanno abdicato al loro ruolo, rinunciando a essere guida per diventare complici, o peggio spettatori. Crescono così ragazzi convinti che tutto sia loro dovuto, che ogni frustrazione sia un'ingiustizia, che ogni richiamo sia un'aggressione. E quando la realtà li contraddice, rispondono con la violenza. Per vendetta. Il risultato è sotto i nostri occhi: un uomo morto, un bambino distrutto, rimasto orfano di padre, una comunità ferita. E noi che facciamo? Cerchiamo attenuanti. Cerchiamo spiegazioni sociologiche. Ci affanniamo a comprendere chi non ha avuto alcuna esitazione nel colpire.

Io, perdonami, questa comprensione non la trovo. Trovo invece intollerabile che in questo Paese si possa rischiare la vita per un gesto di normalità. Trovo intollerabile che il richiamo alla legge diventi un atto eroico. Trovo intollerabile che chi difende le regole venga sepolto e chi le calpesta venga spiegato.

Se questa è la direzione, allora sì: abbiamo smesso di essere una società civile. E finché non avremo il coraggio di dirlo, senza alibi e senza ipocrisie, continueremo a contare i morti e a consolare bambini che chiedono ai padri di rialzarsi. Sapendo già che nessuno si alzerà più.

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