la stanza di Mario CerviI numeri dicono che l'Italia soffre, non che è moribonda

Sul Giornale del 6 maggio ho letto gli articoli «Guai a chi ci spaccia per il Terzo Mondo» di Mario Cervi e «I suicidi? Uno choc ma non nei numeri» di Vittorio Feltri. Dal primo articolo ho capito che si tratta soltanto di sapersi arrangiare. Chi non è in grado di mungere e di fare il pizzaiolo che cosa deve fare? Rubare forse... Nel secondo articolo leggo che in Italia siamo fortunati perché abbiamo meno morti di morte violenta che gli altri Paesi. Se continueremo così ne avremo di più e otterremo il primato! Se il signor Cervi e il signor Feltri avessero stipendi da fame o addirittura non avessero lo stipendio scriverebbero ancora su questo tema?
Bagnacavallo (Ravenna)

Caro Zama, il mio semplice parere è che i fatti non dipendano dallo stipendio di chi li descrive. Se fa buio, il buio rimane sia per un miliardario sia per un esodato in gravi difficoltà. Ho scritto che l'autoflagellazione italiana riduce il nostro Paese alla condizione d'un Bangladesh o d'un Burkina Faso e ho portato argomenti ed elementi che ritengo validi in favore della tesi opposta. Non avevo nessun proposito di negare la crisi che l'Italia sta subendo e l'impoverimento che ne deriva. Pensavo soltanto che le angosce attuali siano pur sempre quelle d'un Paese sviluppato, appartenente all'élite del mondo. Feltri si rende perfettamente conto dei tormenti di lavoratori licenziati o di imprenditori rovinati, tormenti che inducono alcuni tra loro al suicidio. Ma in base alle statistiche obbietta al catastrofismo di chi parla d'una moria eccezionale di disperati. Se la moria è smentita dai dati ufficiali, bisogna tenerne conto. Le tasche vuote giustificano pienamente il pessimismo e anche la rabbia. Ma non mutano la forza arida e incrollabile dei numeri.

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