Stop all’affare delle lauree lampo regalate a sindacalisti e militari

Poche righe all’interno di una circolare ministeriale: «Si ritiene che ogni Ateneo possa riconoscere un numero di crediti non superiore a 30». Quindici parole che per il Paese delle lauree lampo suonano come un epitaffio. A scriverle il ministro Mariastella Gelmini, all’interno della circolare 106, una tappa di avvicinamento verso la riforma meritocratica della disastrata università italiana.
Per molti rettori furbetti sarà un pugno nello stomaco: si chiude così il rubinetto delle lauree facili, erogate a gettone da molte università per fare cassa, svendendo miseramente il buon nome dell’ateneo e il valore stesso del titolo di studio.
Il caso denunciato ieri dal Corriere della Sera purtroppo è solo uno dei tanti: l’università Parthenope di Napoli la settimana scorsa ha firmato un'intesa con la Uil Campania che prevede il riconoscimento di 60 crediti agli iscritti al sindacato che vogliono iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Tradotto per i non addetti ai lavori, significa uno sconto di un anno sul percorso di laurea triennale. Niente male, considerando che per ottenerlo bisogna essere solo essere iscritti a un sindacato. E naturalmente pagare la retta all'università. Com'è possibile? Basta firmare una convenzione in cui si prevede che i lavoratori maturino i crediti in base alle proprie esperienze lavorative. E a valutare il peso «didattico» di queste esperienze sarà direttamente il sindacato. Con reciproca soddisfazione del sindacato, che offre lo sconto sulla laurea come un «gadget» agli iscritti (a cui serve per giustificare promozioni e scatti di carriera), e dell'università, che rimpolperà matricole e rette incassate. Solo la serietà dell’istituzione non ne trae giovamento, ma evidentemente, ai dirigenti della Parthenope, già noti per essere in buona parte imparentati tra loro, non interessa molto.
Del resto non si tratta certo di un malcostume isolato. I dati del Miur, il ministero dell’Università, testimoniano che nel 2007 il numero dei laureati lampo è cresciuto del 57%: ora sono sette su cento gli studenti-velocisti che hanno terminato gli esami in anticipo. Ma purtroppo non è segno che nelle nostre auguste aule cresce una generazione di geni. Casomai di furbi. Nel Paese delle gilde e delle caste, basta essere affiliati a un ordine professionale, un albo, uno straccio di associazione, per vedersi riconosciuti crediti universitari col sistema delle convenzioni. Clamoroso il caso di Siena che vanta due record incredibili: l’indebitamento (una sberla da 250 milioni) e la percentuale di laureati «precoci» (il 47 per cento) per di più quasi tutti maschi. Come si spiega? A cercare una giustificazione per un debito simile ci sta pensando la Procura, per il fenomeno degli studenti veloci invece la spiegazione è semplice: una convenzione con l’Arma dei carabinieri siglata nel 2003 che prevedeva di riconoscere ai sottufficiali ben 124 crediti formativi. Praticamente basta portare la divisa per laurearsi con tre o quattro esami. Stesso andazzo all’università di Chieti, dove i laureati lampo sono arrivati a quota 53%. A Genova invece si scontava un anno di studio ai commercialisti, all’università dell’Insubria i fortunati sono i finanzieri. Ma ci sono anche i giornalisti che in molte università (Cassino, Lumsa di Roma, Lum di Bari) potevano saltare quasi due anni di studi.
Ma ora, a cancellare gli effetti perversi di una norma voluta da Luigi Berlinguer nel ’99 per «laureare l’esperienza» (un’idea che entro certi limiti avrebbe anche senso), è arrivata la circolare del ministro Gelmini. Innanzitutto limitando a trenta il massimo dei crediti che ciascuna università potrà riconoscere, oltre, ha annunciato il ministro a bloccare le convenzioni «lasciando la possibilità di riconoscere l’esperienza a singoli studenti».
E in serata, il titolare dell’Istruzione, ospite di un convegno a Milano, è andata oltre, annunciando per ottobre la riforma dell’università: «Toccherà il tema del reclutamento -ha spiegato- perché la volontà è quella di aprire l’università a un ricambio generazionale che è indispensabile». I cardini: «Dare forza alla figura del ricercatore, aprire la governance a soggetti esterni, più poteri e responsabilità a Rettore e Cda dell’ateneo».
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