Nikolajewka, l'ultima eroica battaglia degli Alpini

Ottant'anni fa a Nikolajewka gli Alpini della "Tridentina" salvarono l'Armir dalla distruzione totale

Nikolajewka, l'ultima eroica battaglia degli Alpini

Nikolajewka, uno dei tanti punti anonimi e trascurati dalla storia dell'immenso spazio sarmatico che si stende tra le attuali Russia e Ucraina. Nikolajewka, un nome diventato un simbolo di tragedia e eroismo per quegli incroci tra fato e storia che spesso contraddistinguono le guerre. Ottanta anni fa, il 26 gennaio 1943, nel piccolo villaggio oggi parte di Livenka, vicino Belgorod, gli Alpini della "Tridentina" sfondarono nell'ultima, disperata carica le linee sovietiche. Paradosso della storia: un assalto coraggioso per porre fine a una ritirata drammatica. Un'offensiva per arginarne un'altra, quella sovietica, che da tre mesi travolgeva le linee dell'Asse. Una colonna sbandata e coraggiosa che riesce, con un ultimo impeto, a rompere il rischio dell'accerchiamento, a evitare di essere inghiottita dalla steppa senza fine.

Nikolajewka è Alfa e Omega della tragedia dell'Armir, l'Ottava Armata italiana inviata da Benito Mussolini a sostenere l'offensiva tedesca a Est nel 1942. Truppe che avrebbero ben performato nel Caucaso o a Nord, nelle colline attorno l'assediata Leningrado, furono dirottate a guardare il fianco alla Sesta Armata del generale von Paulus che assediava, inutilmente, Stalingrado. Oggetto del desiderio prima e ossessione poi di Adolf Hitler, città-simbolo che portava il nome del dittatore sovietico in cui rifluì la marea della Wehrmacht che in Europa avanzava da tre anni.

Da un mese e mezzo, prima di quel 26 gennaio 1943, l'Armir aveva battuto in ritirata. A dicembre del 1942 l'offensiva ai fianchi delle truppe dell'Asse aveva travolto le divisioni rumene e ungheresi, imbottigliando i tedeschi. Il 14 gennaio 1943 era invece cominciata l'Anabasi dell'Armir, sotto i colpi dell'offensiva portata dai sovietici sul fronte Ostrogožsk-Rossoš', guidata dal futuro conquistatore di Berlino, Giorgiy Zukov, liberatore di Stalingrado. Travolte le truppe tedesche, dissoltosi il corpo d'armata rumeno, in rotta gli ungheresi e sfondate le linee delle divisioni di fanteria dell'Armir, gli alpini si ritrarono.

L'Armir si ritrovò presto trasformata in un drappello di colonne assediate dal gelo, dalle puntate sovietiche, dalle scaramucce con gli alleati tedeschi per mezzi, viveri, ristoro. Mario Rigoni Stern ne Il Sergente nella Neve e GLuido Bedeschi in Centomila gavette di ghiaccio concordano nel ritenere l'atto conclusivo di questa campagna, lo sfondamento di Nikolajewka, il simbolo stesso della tragedia vissuta dal corpo alpino e, al tempo stesso, della sua determinazione. Mentre a Schelijakino e Warwàrowka interi reparti alpini si sacrificavano per fermare i carri armati russi, la Divisione "Julia" e la "Taurinense" sobbarcavano la quota maggiore delle perdite e delle puntate offensive sovietiche, la "Tridentina" guidata dal generale Luigi Reverberi camminava nel gelo e nella neve dietro a pochi mezzi corazzati e cannoni da 88 millimetri anticarro per trovare la via della salvezza.

A Nikolajewka fu aperta, sfondando le linee sovietiche, la breccia che diede senso a questi sforzi. E nella pianura senza fine furono proprio gli alpini più rudi e montanari d'origine, i valligiani della "Tridentina", a fare la differenza. Spiccavano nella divisione i veneti del battaglione "Verona", i valtellinesi del "Tirano" e ben tre battaglioni formati da una commistione tra trentini e abitanti delle tre valli della provincia di Brescia. Nel "Vestone" e nel "Valchiese" erano presenti i combattenti arruolati in Val Sabbia e, appunto, nella Valle del Chiese che rappresenta il versante trentino dell'area bresciana, più elementi della Val Trompia. Ma l'unità più arcigna e degna di nota era il battaglione "Edolo", formato in larga maggioranza dagli alpini nativi della Val Camonica, che si era distitno nella "Guerra bianca" combattuta sul fronte alpino della Grande Guerra, operando tra i 2 e i 3mila metri sull'Adamello e al Passo del Tonale tra il 1915 e il 1916 e aveva poi combattuto la battaglia del Ponte di Penati nella guerra italo-greca.

Fu proprio ai ragazzi dell'Edolo che il generale Luigi Reverberi affidò le operazioni più sensibili della battaglia di Nikolajewka. La carica, cioè, a colpi di bombe a mano e avanzate frontali, contro le avanguardie sovietiche che presidiavano la sacca in cui l'Armir e le truppe tedesche e ungheresi erano intrappolate. A Brescia e nelle valli, non a caso, il 26 gennaio è il "Giorno del Sacrificio". Quello che più di tante altre campagne ha strappato vite nei rocciosi montanari diventati guerrieri. Il 26 gennaio, più che di una battaglia, fu la data di un pellegrinaggio di speranza concluso con un disperato assalto alla diligenza. Dopo il quale, per cinque giorni, i 30-40mila alpini rimasti abili al combattimento dopo 350 chilometri di marcia nella neve, a quaranta gradi sotto zero, riuscirono a passare nelle linee dell'Asse assieme a 16mila tra tedeschi e ungheresi.

Gli uomini delle valli avevano evitato di essere assorbiti dal gorgo della ritirata. A un prezzo durissimo: la Tridentina perse complessivamente 10mila dei 15mila uomini che ne facevano parte. 3mila di questi, tra morti, feriti e prigionieri, scomparvero proprio nelle convulse ore del 26 gennaio. Sacrificio estremo per la salvezza. Scrive Rigoni Stern: "Qualcuno ci aveva detto di andare oltre ma il nostro cuore ci ha portati qua. Si avanzava per andare a baita. Allora sì che abbiamo lottato per la nostra Italia, per le nostre valli, i nostri campi, le nostre donne. Ci hanno detto che fummo meravigliosi. Forse sarà vero ma una lunga strada è stata segnata: ossa, zaini, scarponi, armi e sangue. Ora su queste cose il vento dondola i grani". Reverberi aveva già guidato i precedenti sfondamenti di Opyt, Nowo Karlowka, Ladomirowka. Arrestato dai tedeschi dopo l'8 settembre, fu deportato a Posen come internato militare e venne liberato proprio dai sovietici nel 1944. Si presentò come il capo dell'unica divisione che "non siete riusciti a battere".

E che con il suo sacrificio diede un epilogo eroico a una campagna tragica. Che dimostrò platealmente l'incapacità bellica del governo fascista, capace di mandare allo sbaraglio in un conflitto immane le sue truppe di più alto valore.

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