Il palazzo di Fondazione Milano Cortina se potesse parlare direbbe «ciao Bro! Ecco le Olimpiadi, iniziano fra una settimana Bro!». È una babele di tutti giovani, che parlano mille lingue, «tutti bravi e tutti che fanno miracoli e tutti pagati neppure molto ma tutti avranno un curriculum grande così» dice con orgoglio e gratitudine il Bro più importante: Giovanni Malagò. «Qui non c'è scampo» sorride come a dire altro che Bro, «appena mi muovo, anche da lontano, si accorgono subito... ah, laggiù, c'è un vecchio...».
Va bene, allora la chiamiamo papà o presidente di questa Olimpiade?
«Se vogliamo restare sul piano formale e istituzionale, presidente. Se però raccontiamo la genesi di questa Olimpiade, papà mi diverte parecchio e, in fondo, è anche la verità. Ho ripensato di recente al viaggio per arrivare fin qua, ed è stato come rimettere insieme i pezzi del Lego. Mi sono reso conto che questa creatura è figlia del destino. Un'improvvisazione senza logica da cui si è poi costruito un percorso estremamente logico».
Com'è iniziata?
«È iniziata con la decisione folle della sindaca Raggi e del Movimento di ritirare il supporto alla candidatura di Roma 2024. Il lessico qui conta: perché è diverso dire non ci sto all'inizio quando si presenta il progetto, e dirlo quando invece il progetto è già oltre metà strada. È stato come staccare la spina in corsa».
Il CIO come reagì al ritiro della candidatura?
«Noi italiani a quel punto non eravamo ben visti. Come conseguenza, nel 2017, per la prima volta, assegnò due edizioni insieme: Parigi 2024 e Los Angeles 2028. Il messaggio era chiaro: Voi ci avete dato fiducia, altri hanno staccato la spina in corsa».
E lì si aprì lo spazio per Milano-Cortina?
«La mossa logica. Avevamo appena sostenuto e votato la candidatura di Tokyo 2020. Così, con Tokyo estiva, si suicidò la candidatura forte di Sapporo per il 2026. E con la doppia assegnazione a Parigi e Los Angeles, la favoritissima americana Salt Lake City si ritirò. A quel punto si è spalancata un'autostrada per noi».
Perché non Milano sola?
«Sarebbe stata debole come candidatura. Il link con Cortina dava invece un'idea potente: città più montagna iconica. Mancava un solo passaggio: ottenere dal CIO l'ok alla doppia intitolazione. Chiamo Christophe De Kepper (il direttore generale del CIO, ndr) alle 11 di sera: Scusa Christophe, si può fare una candidatura con due città?. E lui: Stai scherzando?. Serissimo: vorrei abbinare una città post Expo come Milano a una località come Cortina. De Kepper mi dice onestamente non lo so, guarda non è urgente, di più rispondo, c'ho 24 ore per portare la candidatura.... La mattina dopo, alle 8, mi chiama: Giovanni, si può fare perché non sta scritto da nessuna parte che non si possa fare. E così l'illogico è diventato logico».
Un buco normativo ha aperto strade nuove.
«Sì. E altre olimpiadi, anche estive, in futuro saranno così, territoriali e diffuse».
Cosa le resta del dietrofront di Roma?
«La mancanza di rispetto verso di noi e lo sport. E nel voler colpire qualcuno, si fece un danno enorme alla comunità. Era il 2017. Oggi siamo nel 2026. In 9 anni, risulta che il pubblico abbia realizzato stadi, palazzetti? Se non c'è un'accelerazione di investimenti, certe opere non si fanno».
Milano-Cortina ha innescato l'accelerazione?
«Sì. E ora Milano ha un palazzetto. Lo vedo negli incontri coi local partner, 2 regioni, 2 province, 2 città: tutti dicono che molte opere sono sinergiche. Opere attese da 10, 20, 30 anni. Strade, stazioni, ferrovie, svincoli, rotonde, tunnel».
Di che indotto si parla.
«5,3 miliardi, e 600 milioni di gettito per l'erario. Ditemi quanto vale uno spot durante la cerimonia di tre ore in mondovisione con due miliardi e mezzo di persone? E 2,5 milioni di spettatori attesi? E il viaggio della torcia? Non si inquadra solo l'atleta, ma l'Italia e la si proietta nel mondo. Si passa in 110 province, in tutte le regioni, i siti Unesco. E c'è poi l'eredità immateriale: conta tantissimo. L'esperienza dei volontari, l'orgoglio, l'emulazione dei ragazzi. Un ragazzino vede una gara, si innamora, cambia vita. Quanto vale togliere un 12enne dal cellulare e metterlo a far sport?».
E quanto contano i Giochi in casa per l'Italia a livello geopolitico?
«Tantissimo. Il Paese, che giustamente vuole ritagliarsi un posto sempre più importante nello scacchiere mondiale, con Milano-Cortina starà al centro della scena. Se lo merita. Lo dimostra l'impegno che il governo ha messo nel realizzare i Giochi».
Quattro giorni dopo la passata edizione di Pechino, la Russia invase l'Ucraina.
«Pazzesco. E adesso purtroppo di guerre ce ne sono anche altre. Sentiamo il peso di tutto quanto sta accadendo, ne ho avuto ulteriore riprova all'Onu, quando siamo andati per la risoluzione sulla pace.
Vicenda ICE a Milano.
«Per noi è un non-problema. Abbiamo ricevuto le più ampie garanzie. Lavoriamo benissimo con il ministero dell'Interno. Mi hanno detto: Non è previsto che ICE sia presente a Olimpiadi e Paralimpiadi. Poi, se arrivano personalità americane, è normale che abbiano uomini di sicurezza: succede sempre, per tutti i presidenti. La questione è esplosa per strumentalizzazioni politiche legate a Minneapolis... E non faccio nomi, non si chiamano Ice, ma sono già venuti soggetti di forze adibite alla sicurezza di altri capi di Stato... ».
E le polemiche sui tedofori?
«La spiego semplice. Parliamo di 10.001 tedofori, 110 città, tutte le regioni: logistica mostruosa, meteo, orari impossibili, prelevare e scaricare persone ad ogni 2-300 metri, sicurezza, autorizzazioni, palchi, percorsi. E poi gli interlocutori, un ventaglio di soggetti i più disparati. Amministrazioni comunali, il territorio perché se non lo fai con loro non tocchi palla, pubblica sicurezza, e tutti possono scegliere delle persone. E poi stakeholder, CIO, Fondazione, Coni regionali, sponsor. Comunque questo viaggio della fiamma è il più grande successo nella storia dei Giochi, sia estivi che invernali».
Sarà contento anche l'uomo gatto.
«Ho letto la storia di questo signore. Ha partecipato a un concorso Coca-Cola, ha vinto, aveva diritto. Se poi viene deriso, non è corretto. Ma su questi temi, qualunque decisione può essere strumentalizzata».
Massimo Boldi? Se non lo aveste rimosso dal ruolo di tedoforo, nessuno se ne sarebbe accorto...
«Anche lì: su decisioni così come fai sbagli, oppure fai bene (sorride)... e Massimo è pure un amico, ma ci sono contesti in cui se esprimi un'opinione diventa strumentalizzabile».
Brignone, Goggia, Franzoni: storie fortissime.
«Meravigliose. E la discesa libera femminile con loro è pazzesca. Di più: con il ritorno fantascientifico di Lindsey Vonn sarà un evento in grado di competere con i momenti più grandi dello sport, una finale di Wimbledon».
E Cortina per lei è stata una molla decisiva.
«Certo. Ama quella pista. Parlate con gli americani, con la NBC: li porta tutti lei. E con Brignone e Goggia, è un pacchetto bestiale».
Dopo la chiusura dei Giochi, quale sarà la sua prossima olimpiade personale: sindaco di Roma, dirigente sportivo, ministro...
«Giuro, non lo so. Dovrò fare molti ragionamenti sulla base delle mie passioni e di quel che mi hanno chiesto di prendere in considerazione».
Di lei e del suo amico Montezemolo...
«Il mio grande amico»
... di voi dicevano privilegiati, uno vicino agli Agnelli...
«... l'altro quello dei circoli di Roma».
Uno ha trasformato il Cavallino nella Ferrari più vincente di sempre, lei il Coni in un brand.
«Lo dico sempre: il CONI è il miglior marchio d'Italia.
E poi, sapete che ho persino ridisegnato fisicamente il logo: scudetto tricolore, bordino oro, Italia dentro, cinque cerchi. Se si gira con una maglietta Italia Team, la gente ti ferma, la vuole, s'identifica». Detto con orgoglio. Un po' da Ciao Bro!